Recensioni: No Line on the Horizon – U2

(In ascolto: No line on the Horizon – U2)

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Recensione pubblicata su Lankelot, Marzo 2009.

Con l’ultimo album uscito nel 2004, How to dismantle an atomic bomb, piuttosto che smantellare la bomba atomica del titolo, gli U2 erano andati molto vicini nello smantellare il loro stesso mito, quello costruito nell’arco di 25 anni di carriera. Una carriera capace di attraversare indenne il decennio in cui il rock’n’roll era stato dato per morto, gli anni ’80, diventandone anzi l’ultimo baluardo, gli alfieri di una tradizione che sembrava giunta al suo capolinea. Una carriera, quella degli U2, capace di resistere alla rivoluzione (che in realtà era restaurazione) grunge, grazie ad un album dissacrante come Achtung Baby, capace nell’arco dei suoi 55 minuti di durata, di rinnegare quanto fino a quel momento avevano detto. Poi qualcosa è andato per il verso sbagliato e si è giunti al nuovo millennio con un lavoro, All that you can’t leave behind, che iniziava a mostrare le crepe di una formula che dava evidenti segnali di stanchezza e mancanza di ispirazione, fino a giungere col lavoro del 2004 ad una fase di totale stasi creativa prossima alla mediocrità più imbarazzante. Perché se All that you can’t leave behind aveva il suo limite più grande nell’assenza di qualcosa di più che una semplice intuizione melodica, How to dismantle an atomic Bomb, falliva in tutto ciò che un album può fallire: pessimo songwriting, pessima produzione e soprattutto, cosa molto grave per una band con una spiccata attitudine live come quella degli U2, pessima esecuzione, con la voce di Bono ai limiti storici non solo in quella pur comprensibile di estensione vocale, ma soprattutto in termini di interpretazione. Ed una chitarra, quella di The Edge, che sembrava essere la parodia di quello stile così personale che ha permesso al chitarrista degli U2 di entrare nella cerchia degli interpreti più originali di questo strumento.

Ed è per questa serie di motivi che in molti, alla vigilia del nuovo lavoro della band irlandese, No line on the Horizon, erano pronti a decretarne la fine. Una fine che sembrava avere nel singolo di lancio, Get on your Boots il più triste dei commiati. Una canzone che mostra più di un punto di contatto con il power-pop della pessima Vertigo e che purtroppo neanche una sezione ritmica in grande spolvero della coppia Clayton/Mullen riesce a sollevare ad uno standard qualitativo almeno sufficiente.

Ma è nel momento stesso che il disco comincia a girare nello stereo e lascia suonare i primi secondi della title-track posta in apertura di disco, che ci si rende conto di quanto Get on your Boots sia solo un depistaggio che poco ha a che fare con il resto dell’album. No line on the horizon è una canzone trascinante, con un’epica drammaticità nel cantato di Bono che sembra portare indietro nel tempo all’intensità di canzoni come Ultraviolet e Until the end of world. Un’interpretazione quella del leader degli U2 che ha la sua bellezza nella capacità di portare al limite una voce che non ha più la potenza degli anni d’oro, ma che fa proprio di questo limite, il suo punto di forza. La title-track è anche un ottimo esempio di quello che è il metodo compositivo adottato per la maggior parte delle canzoni che compongono l’album. Rispetto agli ultimi lavori che preferivano concentrare i propri sforzi nel confezionare i ritornelli a discapito delle strofe, la situazione è qui ribaltata. L’enfasi è interamente concentrata sulle strofe, creando un effetto di tensione latente che non trova mai la compiuta esplosione in un ritornello arioso. Uno dei fattori che più ha inciso in questa scelta è probabilmente da attribuire alla volontà di coinvolgere la sempreverde coppia Eno/Lanois non solo nella fase di produzione, ma anche in fase di composizione e scrittura dei brani. Impossibile infatti non notare echi dei lavori solisti di Eno nei ritornelli di No Line on the Horizon e Unknown Caller, o quelli di Lanois in brani come Cedars of Lebanon e White as Snow. Ed è proprio questo decentramento dalla coppia Bono/Edge a permettere un coinvolgimento massivo dei synth di matrice eniana, come mai si era registrato in un album targato U2 (mentre ciò già accadeva nel side-project dei Passengers), permettendo alle canzoni di acquisire suggestioni in passato solo sfiorate dalla band. Questo è evidente soprattutto in un pezzo come Moment of Surrender, che nei sui 6 minuti riesce a coniugare intimità ambient e respiro epico, grazie alla copresenza del costante accompagnamento affidato alle tastiere e ad un cantato che alterna l’intimo struggimento delle strofe, ad un ritornello corale di chiara matrice gospel. Magnificent invece ha un incedere così classico da sembrare come nuovo, riuscendo a declinare alla perfezione quel verbo che ha nel suo infinito l’incedere di Where the streets have no name.

Alla prima parte dell’album, intensa ed epica, fa da contraltare un parte centrale, composta da canzoni che presentano più affinità col passato recente della band. I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight è il brano più convenzionale dell’album, con un ritornello molto arioso e melodico, che pur non avendo alcun lampo di genio, risulta molto piacevole, e in questo affine ad alcuni brani (i più riusciti) di All that you can’t leave behind. Sorvolando su Get on your Boots su cui già ci siamo pronunciati, si giunge a Stand Up Comedy, che col suo riff a là Jimmy Page mostra tutti i limiti di The Edge nel seguire una tradizione chitarristica rock più convenzionale, limitandosi ad un piuttosto sterile accademismo. Ma rispetto al singolo di lancio, Stand Up Comedy appare sicuramente meno ambiziosa, e se la si accetta come puro divertissement, la si ascolta senza troppo fastidio.

Con Fez-Being Born si giunge così a quello che è il cuore dell’album, un brano che è quanto di più lontano gli U2 abbiano composto dallo schema tradizionale della forma canzone, con un testo che è pura “impressione” e la voce di Bono che si piega alle sole esigenze di “espressione”, prima ancora che melodiche. La chitarra quasi noise di Edge viene rarefatta dagli interventi di Eno, che ne dissimulano il nervosismo, reso invece dal drumming sincopato di Larry Mullen. E se White as Snow, con i suoi accordi in minore e la sua liricità prosegue nella direzione della traccia precedente, Breathe, è la canzone più elettrica dell’album, con un ritornello aperto che fa da contraltare alle atmosfere più rarefatte ed intime dei brani che la precedono. Un brano che se negli ultimi due album sarebbe apparso come il più convincente, ha la sfortuna di capitare in questo No Line on the Horizon tra due perle come la già citata White as Snow e la conclusiva Cedars of Lebanon, dove il cantato di Bono si concentra sulle sue tonalità più basse, e che dispiega tutta la sua bellezza nel contrapporsi del recitativo delle strofe alla essenziale e scarna melodia del ritornello, che sembra assumere quasi l’incedere di una litania. E nel suo concludersi senza alcuna esplosione assume il suono come di un respiro strozzato, la cui vertigine svanisce lentamente.

Giovanni di Benedetto, pubblicato su Lankelot.

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8 Risposte to “Recensioni: No Line on the Horizon – U2”

  1. Alessio Says:

    Credo che finora sia la recensione migliore che ho letto su questo disco. Un’analisi attenta e precisa, ma soprattutto chiara per chi volesse farsi un’idea del disco prima di sentirlo. In generale concordo su tutto, compresa la prefazione iniziale su bomb e behind. E bravo Plass.

  2. Ed Says:

    E’ come se l’avessi scritta io. 😉
    E.

  3. RikiCe85 Says:

    Complimenti per la recensione, una delle migliori che io abbia letto! Condivido soprattutto su Moment, Magnificent, no line, e fez!

  4. danilo Says:

    …il disco é si superiore agli ultimi due…ma quello ke hai detto é trooooppo esagerato…Haw to desmantle an atomic bomb era un bel disco…nn un capolavoro, ma l’ ho preferito cmq a pop e behind…questo No Line é da brividi…

  5. danilo Says:

    …gli U2 non sono nè i Litfiba (ke x me sono la perfetta rappresentazione della grande Band ke si sputtana disco dopo disco…) nè i Rollin stone ke da una 20ina d’ anni fanno ridere…

  6. danilo Says:

    graaandii graaandi U2 !!! inossidabili…ancora oggi riescono a fare album bellissimi e di buon successo…rollin stone ha designato “NO LINE ON THE HORIZON” album dell’ anno !! questo basta e avanza !!

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