Segnalazioni: Manafon, il nuovo album di David Sylvian

Il 14 settembre uscirà il nuovo album di David Sylvian, intitolato Manafon. A quanto pare sarà un lavoro molto sperimentale, sull’onda dell’ultimo, Blemish.
Questa la press release ufficiale (tratta dal sito davidsylvian.it):

David Sylvian è un caso a parte. In trent’anni di carriera, che attraversano il movimento New Romatic, l’ambient ed il progressive rock, e un pop maturo ed esoterico, Sylvian ha sperimentato stili popolari e li ha piegati alla sua personale visione. Ma dal 2000 si è manifestata la parte più estrema del suo lavoro. Se Blemish ha fatto trasalire i fan di vecchia data con il suo rigore emotivo, Sylvian ha fatto il passo successivo con Manafon – un lavoro di sfumata e severa musicalità che è, al contempo, intrigante, pieno di suspense, ed orribilmente bello.
Su Manafon, Sylvian insegue “un genere di musica da camera totalmente moderno. Intimo, dinamico, emotivo, democratico, minimale”. Registrato a
Londra, Vienna e Tokyo, Sylvian ha radunato i migliori improvvisatori ed innovatori del mondo, artisti che esplorano la free improvisation, esecuzioni che hanno uno spazio specifico, elettronica dal vivo. Da Evan Parker e Keith Rowe, a Fennesz e membri del Polwechsel, da Sachiko M a Otomo Yoshihide, i musicisti forniscono sia lo sfondo che il contrappeso alle sue esecuzioni vocali – che, ad eccezione di una strumentale, sono nude al centro del pezzo.
La voce di Sylvian non è mai stata così dominante o così forte, ed il suo risonante tono tenorile ed il vibrato deliberato affascinano l’ascoltatore fin dall’inizio di “Small Metal Gods”. La sua preminenza potrebbe apparire egotistica, se non fosse che ogni performance è un esercizio di auto-esposizione e lo studio di ogni personaggio è scritto in terza persona, per permettere il massimo distacco.
“E’ come il monologo di un uomo, per cui ogni cambiamento di luce e sfondo è cruciale per essere portati alla performance centrale. È un lavoro di insieme, anche se c’è una performance centrale”. Sebbene i brani siano tutti ballate, il romanticismo è escluso, e nessuna percussione fornisce un ritmo. Tutta la melodia ed il ritmo poggiano sulla voce. A parte sovra incisioni di chitarra acustica o l’oscurità di John Tilbury, o le frasi al piano di Feldman, Sylvian migliora ma non riconfigura le improvvisazioni, dandosi giusto lo scheletro delle canzone come guida.
Quando uno strumento si aggancia ai testi – come quando Fennesz introduce una texture che conclude il disastro di “Snow White in Appalachia” – il momento è indescrivibile; quando si dissolve, Sylvian non si ferma. Né un complemento né un coro greco, gli strumentisti mantengono un atteggiamento ambiguo verso il cantante e ciò che sta dicendo. Quando l’esposizione di Sylvian implica compassione o scherno su “The Greatest Living Englishman,”, la musica è litigiosa ma asciutta, e gli improvvisi ritagli da vinili classici di Otomo Yoshihide possono o meno sostenere lo scherzo.

Il brano che chiude, “Manafon” ritrae il poeta britannico R. S. Thomas. Sylvian spiega che è “una descrizione di un uomo di fede, che combatte con quella fede, che impone un ordine al mondo esterno nella speranza di trovarlo internamente. Un uomo che abbraccia la morale ed i valori della sua fede e vive in base a quelli, ma che combatte con il silenzio che brucia dentro il suo cuore e la sua mente. Il silenzio di Dio. È un uomo fuori dal tempo che inizia a cercare, in superficie, assomigliando sempre più ad una figura tragicomica man mano che il tempo passa. Mentre sembra essere un individuo, per molti versi, insopportabile, c’è un elemento donchisciottesco nella sua ricerca della conoscenza, per sostenere morale e valori, con cui anche lui combatte, nel momento in cui arriva a convincersi della loro efficacia”.

Le contraddizioni di Manafon stanno nel cuore della sua eccellenza. Non è guidato semplicemente dalla tensione tra l’improvvisazione e la composizione, il frontman e l’insieme, o nelle parole di Sylvian “intimità e solitudine”.
Manafon cattura il dilemma di un uomo che si studia cinicamente, ma non riesce davvero a comprendersi; che è disilluso ma forse anche ridicolo. La sensazione più comune, appesa quasi in ogni nota, è un sentimento di suspense. L’unico brano strumentale – a cui contribuisce anche Sylvian – suona meno come una performance e più come una fonte di possibilità.
L’album finisce semplicemente su una frase ed un respiro. Ma c’è un finale più lieto nei suoi altri temi: Manafon esplora anche il processo creativo. L’intuizione porta Sylvian a questi pezzi e a questi musicisti e alle sorprese che portano: un violoncello spunta come una mano calda sulla fronte, l’uso imprevedibile di pure onde sinusoidali, il percorso dei fiati di Evan Parker, il suo solo di sax soprano. Manafon ha un cuore ostile ma esteticamente ogni pezzo è una scoperta avvincente.
“Forse sono attratto dalle storie di individui che ricercano i significati alle proprie condizioni” dice Sylvian. “Ma ciò che mi affascina è la devozione ad una disciplina creativa. Il significato con cui l’opera pervade la vita, senza tener conto di come viene recepita e, ad un certo punto, della sua importanza”. La ricerca di Sylvian è senza fine e forse donchisciottesca. I frutti del viaggio sono inconoscibilmente ricchi.
Presentato come sempre in un bellissimo digipack, con lo squisito lavoro artistico di Ruud Van Empel e progettato da Chris Bigg

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6 Risposte to “Segnalazioni: Manafon, il nuovo album di David Sylvian”

  1. Anonimo Says:

    sentendo in anteprima small metal gods ho l’impressione che sylvian ha davvero fatto centro un bel lavoro in cui da espressione alla sua magnifica voce

  2. roberto Says:

    non so che dire, ascolto david sylvian dalla fine degli anni 70 e per anni è stato il mio punto di riferimento primario, gli ultimi due lavori comunque mi lasciano perplesso, non li amo e non li ascolto spesso, il percorso che ha intrapreso non mi scalda nè mi commuove come in passato ha fatto, la sua voce rimane la stessa ma la sua vena compositiva si è raffreddata, manca la melodia. certo è voluto, mi chiedo, però, se è ancora capace di scrivere canzoni che toccano il cuore, o se la sua sperimentazione è solo un modo per nascondere la sua crisi espressiva. david sylvian non è david bowie, questo va detto, comunque è solo mia opinione.

  3. spectre Says:

    con questo album sylvian ha superato se stesso. non credo sia possibile ipotizzare e realizzare qualcosa di più noioso di manafon, senza contare che è tutto già sentito, c’è chi dice che sylvian è avanti di 10-15 anni, forse costoro non ascoltano abbastanza musica, o forse sono solo nostalgici, comunque i gusti non li discuto ma la noia e l’apatia sì.

  4. Giuseppe Says:

    Credo sia un capolavoro ma non per chi vuole tutto e subito!Il tempo gli dara’ ragione…inizialmente lui ha scritto al piano e chitarra poi ha tolto la musica lasciando la melodia vocale quindi i musicisti ospiti hanno improvvisato sulla sua voce che non e’ poco!!!!

  5. hollerJack Says:

    ritengo che Manafon sia l’acquisto meno azzeccato della mia vita.. ripetitivo, monolitico (un monolite che ti cade sui coglioni, intendo dire) e tedioso fino all’estremo.

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