Recensioni: Yonder is the Clock – The Felice Brothers

(In ascolto: Ambulance Man – The Felice Brothers)

Pubblicato su Lankelot, luglio 2009.

Quella dei fratelli Felice, Simone, Ian e James, sembra essere la più tipica delle storie americane, quelle che si incontrano tra le pagine dei libri di Jack London e Jack Kerouac. Storie fatte di polvere e asfalto e musica. Tre fratelli nati nello stato di New York, lungo le rive del fiume Hudson, con una tYonder is the clockipica attitudine da hobo che li ha portati fin da giovani in giro per le vecchie highways americane, sporche di polvere e benzina e musica. Perché la lingua americana non è fatta di suoni – quello è inglese; la lingua americana è fatta di storie. Storie depositate al margine della strada, dove non crescono i fiori. E quando queste storie sono colte dai musicisti, prendono il nome di blues, di folk, di country. Qualcosa di più che semplici etichette che indicano un genere musicale, qualcosa che ha a che fare con l’anima ed il modo si sentirsi e stare al mondo.

Yonder is the Clock è un’espressione presa dalle pagine di Mark Twain, l’autore di quello che secondo Hemingway era il libro dal quale è nata tutta la letteratura americana, Huckleberry Finn. Perché, nel caso non si fosse capito dalle battute iniziali di questa recensione, questo è un album di musica americana dalla prima all’ultima nota, che ben poco si lascia andare alle fascinazioni melodiche d’oltremanica. Siamo più vicini ai territori dei Wilco di Being There che di Summerteth, per intenderci.

Rispetto al folgorante esordio del 2007, Tonight at the Arizona, gli arrangiamenti sono più ricchi ma pur sempre soggetti ad una chiara filosofia lo-fi. Pur mantenendo infatti la loro veste essenzialmente acustica, molte canzoni presentano bellissimi ricami di fisarmonica (Ambulance Man), pianoforte (la struggente Sailor Song, ispirata ai racconti melvilliani), trombe e hammond, e nelle canzoni più veloci (Penn Station, Chicken Wire e l’irresistibile Run Chicken Run), un violino che sembra portare l’ascoltatore direttamente tra la folla del Newport Folk Festival. Il mood dell’album è piuttosto malinconico. Una malinconia però, prettamente americana e distante dallo spleen europeo. È la malinconia tipica dei buskers e degli hobos, qualcosa che ha le necessità di essere cantato per essere compreso. Quello che ne segue è la presenza quasi totale all’interno del disco di struggenti ballads che si alternano tra waltzer e nenie tipicamente folk, come l’incipit del disco, The Big Surprise, che pure presenta delle deviazioni da quello che è propriamente il canone folk, con alcuni effetti rumoristici affidati alle incursioni della batteria. Rispetto all’album d’esordio, si evidenzia infatti una maggiore maturità artistica che dimostra l’inizio di una ricerca musicale più personale, capace di districarsi con abilità all’interno di un genere tradizionale (e conservatore) come la musica folk. Personalità che però non è da confondersi con originalità. Chi dalla musica infatti si attende sempre un qualche elemento di innovazione o di sperimentazione, è bene che stia alla larga da questo album. Sebbene siano tutte aspettative lecite, dagli anni ’90 in poi si è abusato troppo spesso della nozione di “sperimentale” e “innovativo” per distinguere la buona musica dalla cattiva. Personalmente, ritengo che attualmente, in un mercato saturo come quello musicale, dove l’offerta grazie ad internet è praticamente sconfinata, l’unica vero fattore che dovrebbe fare da cernita sia la sincerità, l’onestà o comunque, qualcosa che abbia a che fare con il concetto di purezza artistica. Qualcosa di cui spesso la musica inglese ha fatto volentieri a meno, mentre quella americana, proprio per il fatto di essere espressione dell’anima di un popolo, ha custodito gelosamente. Il rischio di una scelta del genere è quella di vedere relegato questo splendido album all’interno dei confini della musica di genere, tra le  mura di un ghetto dalle pareti colme dei poster e dei fantasmi di Woody Guthry, Pete Seeger, Johnny Cash e ovviamente il solito Dyaln, col suo ghigno sornione e beffardo, sempre sull’orlo di prenderti per il culo. Eppure, il fatto di suonare come classici non dovrebbe essere altro che indice della grande abilità dei Felice Brothers. La musica pop sembra essere l’unico tipo di arte per cui lo status di “classico” sembra essere un demerito. Eppure, finchè l’uomo avrà nelle mani una chitarra, o un’armonica, o il semplice battere del suo piede, queste canzoni esisteranno sempre. Perché, riprendendo una frase di Jean Cocteau, “queste storie non accadono mai. Sono sempre”.

Ma, fondamentalmente, c’è un semplice motivo per cui ascoltare Yonder is the Clock e tenerselo ben stretto nei mesi a venire: difficilmente troverete in questo 2009 un altro disco con una tale sequenza di belle canzoni.

Sul loro Myspace, è disponibile lo streaming di tre canzoni tratte da questo album: Penn Station, Buried in Ice e Cooperstown. Iniziate dalla seconda, e se ne rimarrete estasiati, buttatevi a capofitto sul resto dell’album, cercando di  procuravelo in tutti i modi.

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3 Risposte to “Recensioni: Yonder is the Clock – The Felice Brothers”

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