Recensioni: L’odio – Mathieu Kassovitz

(In ascolto: Des Armes – Noir Dèsir)

Pubblicato su Lankelot, agosto 2009.

C’è una capacità che andrebbe sempre riconosciuta al cinema francese, o meglio, all’industria cinematografica francese. Quella di costituire l’unica vera opposizione, l’unico tentativo di resistenza a quella imperante proveniente dall’America. Andrebbe riconosciuta la sua capacità di proporre un’offerta cinematografica a trecentosessanta gradi, che fugge quasi sempre all’appiattimento del cinema di genere, come è invece avvenuto in Italia dopo la fertile stagione neorealista. Stagione così fertile che ha segnato profondamente il modo di fare cinema in Italia, per cui – tranne alcune eccezioni ben isolate (ovviamente Fellini, ma anche Moretti e i più recenti Garrone e Sorrentino) – non si è mai riusciti a superare un modello che non ha saputo rinnovarsi e adattarsi ad un contesto sociale differente da quello in cui il neorealismo era nato. E a questa mancanza di rinnovamento si è aggiunta negli anni l’avanzata di quello standard televisivo che oggi ormai impera in ogni produzione nostrana. A questa regola hanno saputo invece sottrarsi una serie di registi in Francia in grado di proporre un’offerta diversificata, capace di spaziare dalla commedia (Jeunet, Klapish, Veber) al blockbuster (Besson), dal noir moderno (Audiard) al grottesco (Carax e Gondry), passando per l’animazione (Ocelot, Chomet) e il documentario (Jaquet) per non parlare dell’ecletticità di un autore come Patrice Leconte. Il tutto sempre rivendicando la dignità artistica del mezzo cinematografico, quella capacità che Andrè Bazin rivendicava al cinema di “sostituire al nostro sguardo il mondo che desideriamo”.

In questo prolifico filone di talentuosi registi d’oltralpe, parve inserirsi nel 1995 Mathieu Kassovitz con un’opera come La Haine che gli valse il premio per la miglior regia al 48° Festival di Cannes. Un film che lasciava intravedere per l’allora ventottenne Kassovitz una lunga e prolifica carriera. Ma, le opere successive dietro la macchina da presa hanno negli anni smentito clamorosamente tutte le buone promesse fatte nel 1995. Eppure, L’Odio, rimane ancora oggi un’opera dall’indiscutibile valore, estetico e sociale. Un film di denuncia che mostra la propria morale per contrasti, bagnandosi in un mondo amorale, in cui non vale più neanche la legge del più forte, ma quella del puro determinismo. Un film che agisce per simmetrie e per contrasti, come il bianco ed il nero del film, che nulla lascia allo spazio lirico delle immagini. L’estetica alla base del film è più vicina a quella di un autore letterario come Cèline che a quella di un Truffaut. La fotografia di Pierre Aim non estetizza, anzi, i bianchi e i neri rimarcano piuttosto le imperfezioni, ora i tratti ruvidi del profilo di Vincent Cassel ora le spigolosità delle geometrie architettoniche del paesaggio urbano della banlieu, così come i pieni e i vuoti di cui è composto lo stesso tessuto urbano. L’estetizzazione passa invece attraverso il montaggio, debitore dello stile di quella Nouvelle Vague di ritorno che era il New Cinema americano degli anni ’70, e dell’estetica del Martin Scorsese di Mean Street e Taxi Driver in particolare. C’è dunque un contrasto tra la resa naturalistica della fotografia e un montaggio estetizzante che potrebbe far storcere il naso a chi nei film di denuncia, o comunque di argomento sociale, pretende un taglio esclusivamente realistico e ai limiti dello stile documentario.

L’incipit del film segue proprio questa direzione: mentre scorrono i titoli di testa, vengono rappresentate delle immagini di guerriglia urbana scatenatasi in una banlieu parigina, Les Muguets, in seguito ad un pestaggio della polizia ai danni di un ragazzo del quartiere, Abdel Ichah. Una vicenda molto simile era accaduta realmente nei mesi precedenti la lavorazione del film, e le immagini mostrate sono effettivamente delle immagini di archivio. Tra i giovani che scendono in strada, ci sono tre amici, Vinz (Vincent Cassel), Hubert (Hubert Koundè) e Saïd (Saïd Taghmaoui), che rappresentano anche tre minoranze: Vinz è un ebreo, colmo di rabbia e ossessionato dall’idea della violenza, o meglio dalla violenza estetizzata dei film di Robert De Niro (in una scena, davanti ad uno specchio, recita le parole di Travis Bickle, in Taxi Driver) più che dalla violenza in sé. Non a caso, più volte durante il film imita con le mano il gesto dello sparo; uno sparo che però non giunge mai. Hubert è invece un nero ed è colui che maggiormente sente la necessità di fuggire dalla vita del ghetto. Saïd è infine un magrebino, ed è il personaggio in cui più emerge la scelta della haine quale puro riempitivo della noia e della monotona vita di periferia. Una monotonia che viene spezzata dal ritrovamento da parte di Vinz di una pistola persa da un poliziotto durante gli scontri della notte precedente. Una pistola che, promette Vinz, userà contro un poliziotto nel caso in cui dovesse morire il loro amico Abdel Ichah.

Il tempo del film è scandito dal ticchettio di alcune didascalie che segnano l’ora della giornata in cui si svolge la vicenda, quella successiva ai tumulti rappresentati nell’incipit. Un ticchettio più simile a quello di una bomba ad orologeria che a quello che scandisce i secondi e i minuti. Venti ore, dalle 10.38 alle 6.01 del mattino successivo. In questo arco di tempo Kassovitz mette in scena la propria rappresentazione dell’odio, declinato in più motivi. C’è l’odio dei ragazzi contro la polizia. E quello della polizia contro i ragazzi. Ma c’è anche quello razziale, nella scena in cui Hubert e Said, durante il loro vagabondaggio notturno per le strade parigine, incorrono in un’aggressione di un gruppo di skinheads. Tutto il film gioca sulla simmetria del “nous” e del “vous”, reso esplicito da un cartellone pubblicitario con lo slogan “Le monde est à vous” che compare più volte nel film, e che in una scena Saïd modifica in “Le monde est à nous”, in quella che è sì una chiara citazione dello Scarface di De Palma, ma anche chiara identificazione della propria condizione sociale e del proprio stare al mondo. Da una parte “vous”, dall’altra “nous”. Simmetria riscontrabile anche nella suddivisone di una parte del film nello scenario urbano della banlieu e dell’altra in quello di Parigi, priva però dei suoi simboli, se si eccettua una Tour Eiffel relegata sullo sfondo, au bout de la nuit.

Un altro degli elementi di contrasto che ben esplicita la concezione del mondo basato sul nous vs vous, viene perso nell’adattamento italiano, causa un doppiaggio che si sarebbe potuto evitare, a vantaggio dei sottotitoli, necessari in un film del genere. I protagonisti parlano infatti in Verlan, un gergo delle periferie che inverte l’ordine sillabico delle parole e che risulta quasi incomprensibile al di fuori della banlieu. Quel che ne risulta, vedendo la versione originale, è la scoperta di una lingua, quella francese, dai suoni duri, ben lontana dai luoghi comuni che la vedono come la lingua dai suoni dolci e raffinati. Il francese utilizzato dai personaggi del film è utilizzato quasi con una funzionalità espressionista, vicina, ancora una volta, a quella utilizzata da Cèline nei suoi romanzi (così scriveva: “Bisognerà capire una volta per tutte che il francese è una lingua volgare, da sempre, dalla nascita al trattato di Verdun.), ma anche a quella usata nei ghetti americani e che ha dato vita allo slang dell’hip-hop. Suoni crudi, come il mondo e la società che rappresenta: questa è la storia di una società che precipita e che mentre precipita si ripete fino a farsi coraggio: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta ma l’atterraggio.

Trailer:


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Una Risposta to “Recensioni: L’odio – Mathieu Kassovitz”

  1. Lankelot » Archivio del Blog » Kassovitz Mathieu - L’Odio Says:

    […] GIOVANNI DI BENEDETTO, AGOSTO 2009. Prima pubblicazione: My Desk. […]

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