Recensioni: Merci-Cucù – El Ghor + Intervista con la band.

Pubblicato su Lankelot, Marzo 2010.

Urge sfatare un luogo comune instaurato dalle multinazionali dell’industria cosmetica: la lingua francese non è quella cosa tanto femminea e patinata che si sente nei vari spot televisivi; e, spiace dirlo, non è neanche quel cumulo di sospiri e note sibilate che Serge Gainsbourg e Jane Birkin hanno consegnato alla storia con un pezzo come Je t’aime moi non plus. In realtà, il francese, è una lingua dai suoni crudi, che poco spazio lascia all’armonia delle vocali. È una lingua decisamente chiaroscurale, che sui contrasti tra suoni nasali e aspirati e asprezze consonantiche fonda tutto il suo autentico fascino. Ed è per questo motivo che urge sfatare un secondo luogo comune: quello che vuole per l’appunto il francese una lingua incapace ad adattarsi ai canoni e alle forme della musica rock La ribalta internazionale di alcuni artisti d’oltrape come Noir Dèsir e Yann Tiersen, e prima ancora i Mano Negra, nonché un fenomeno musicale così particolare come i canadesi Arcade Fire – i cui testi sono anche in francese –  hanno contribuito a gettare luce su di una realtà musicale, prima nota unicamente per la propria tradizione cantautoriale.

Splendido ibrido tra i nomi citati sopra è la musica degli El-Ghor, band napoletana il cui album d’esordio, Dada-Danzè, nel 2006 si impose all’attenzione della critica di settore aggiudicandosi alcuni riconoscimenti come quello della rivista Il Mucchio, per il migliore esordio discografico. A distanza di tre anni, il secondo disco, Merci-Cucù, conferma il potenziale espressivo della band, eliminando le asprezze inevitabili dei lavori di debutto, ma riuscendo allo stesso tempo a mantenere intatta quella urgenza espressiva che pure contraddistingue solitamente le opere prime. Diversamente da Dada-Danzè, questa volta i testi sono interamente in francese, il che rende il lavoro sicuramente più omogeneo. Omogeneità cui contribuisce anche la scelta di inserire alcuni strumentali come la splendida Cucù-tête, il cui intrecciarsi di pianoforte ed archi, ricama atmosfere degne del migliore Yann Tiersen. Ma la vera caratteristica degli El-ghor, è quella di aggiungere all’impianto new-wave, eleganti arrangiamenti da camera (curati dalla bassista Ilaria Scarico), che restituiscono alla lingua francese proprio quella caratteristica chiaroscurale di cui abbiamo parlato all’inizio. È musica rock, e le chitarre ed il ritmo trascinante di pezzi come il recente singolo, Rien n’est parfait, o della splendida Laisse nous la mer – la traccia migliore del disco a parere di chi scrive – sono lì a dimostrarlo. Eppure i vari inserti di fiati, archi e glockenspiel riescono a far sì che risulti per lo meno azzardato definire la musica degli El-Ghor “solo rock’n’roll”. La verità, è che il sound della band napoletana è un vero e proprio melting pot nel quale ricavare tutte le radici sarebbe inutile e fuorviante. Ed è anche in quest’ottica che risulta interessante la bella collaborazione con Francesco Di Bella dei 24 Grana – ormai punto di riferimento della “Napoli Reinassance” musicale – nel brano Miss Marianne. Di grande impatto l’emotività della voce di Luigi Cozzolino, nel suo alternarsi tra una visceralità che ricorda Win Butler degli Arcade Fire in brani come la canzone di apertura, Monsieur Paul, e introspezione languida e sofferta, memore della lezione degli chansonniers in un brano come Q’est-ce que vous voulez?.

Unico difetto di cui risente il lavoro è una produzione in alcuni momenti troppo pulita, che non sempre restituisce agli intrecci chitarristici di Luca Marino e Luigi Cozzolino la giusta evidenza. Precisa scelta artistica o problema di gestazione in post-produzione, la cosa non rende del tutto giustizia al pezzo più tirato del disco, J’arrive à voir, che nei live è invece uno dei momenti più trascinanti. Ma, insomma, citando le loro stesse parole, “rien n’est parfait”, e se così non fosse sarebbe difficile immaginare i miglioramenti che pure si scorgono al loro orizzonte.

***

Incontro la band al JahBless Music Hall di Torre del Greco (Na), in occasione della presentazione del video, di Rien n’est parfait, ultimo singolo estratto dall’album Merci-Cucù. La band napoletana ha presentato sin dal disco d’esordio del 2004, Dada Danzè, un’attenzione particolare per l’aspetto visuale della loro musica, producendo una serie di videoclip finalisti di alcune importanti rassegne come “O’curt” e il “Premio Videoclip Italiano” e in rotazione su emittenti nazionali come All Music.

Diretto da Andrea Ferrarello con la collaborazione di Mauro Loffredo, il videoclip di Rien n’est parfait è stato girato interamente a Bologna, uno dei centri principali della cinematografia indipendente nostrana, sancendo così ulteriormente il legame tra la musica della band e la settima arte. Il risultato è una riflessione ironica sul concetto di perfezione, un calembour di equivoci ed un estetica che sorride all’eleganza, al rock e al nonsense.

Dal punto di vista semiologico, la vostra, è una band piuttosto interessante, in quanto i titoli dei vostri due album, Dada-Danzè e Merci-Cucù, nonché lo stesso nome del gruppo, sembrano non solo il frutto di trovate linguistiche ma anche quello di un citazionismo non convenzionale. mi raccontate la storia che si nasconde dietro ognuno di loro?

Luigi: Queste sono domande alle quali un artista non vorrebbe nè dovrebbe rispondere, semplicemente perché svelare i misteri che lo caratterizzano è un po’ come smettere di giocare o fantasticare. Ma  l’arte in genere non si regge ancora sul “ senso del mistero”? O per le generazioni di “technologic’s voyeur” questo concetto è superato?!

Da cosa nasce l’esigenza di cantare in francese? Necessità sintattico – ritmiche oppure richiamo ad una tradizione, quella della scuola d’oltrape, ben preciso?

Luigi: Tutto è iniziato quasi per scherzo, poco prima che gli el-ghor si formassero. In quel periodo realizzai una manciata di canzoni “dada-folk” dove utilizzavo parzialmente questa lingua o comunque quel tipo di fonetica. Nel primo album la sperimentammo in tre brani e capimmo che quella poteva essere la strada giusta,  vuoi perché si chiudeva il cerchio di  una ricerca stilistica che ci ha contraddistinti sin dall’inizio, e vuoi  perché ci sentivamo a nostro agio sia interpretativo che sonoro.

E alle “accuse” di esterofilia che puntualmente giungono alle band italiane che non scelgono di adottare l’idioma nativo, cosa rispondete?

Luigi: Ogni artista deve avere la libertà di scegliere il proprio strumento e linguaggio di espressione. Aggiungerei inoltre che la scelta di non utilizzare la lingua madre, almeno per le nuove leve ed il panorama indie, credo sia strettamente legata alla campagna anti-nazionalista che dura da più di un decennio da parte della stampa di settore. Con il primo album siamo stati paragonati ai soliti nomi, e righe e righe di recensioni venivano spese per band che musicalmente non avevano tanto a che vedere con noi ma che prima di noi avevano fatto storia utilizzando il rock, la poesia e la lingua italiana. Gli accostamenti a queste band ci hanno inorgoglito ma anche affibbiato un’ etichetta non oggettiva. Sicuramente il motivo della nostra scelta come ho detto in precedenza non è mai stata condizionata da queste cose ma fortunatamente da ben altro, però ci ha fatto riflettere sulle tante band che seppur brave, in Italia, vengono definite cloni. Menomale che Dante non suonava nei Beatles, altrimenti a noi non sarebbe restato assolutamente niente.

Quali sono le vostre influenze musicali?

Ilaria: Abbiamo ascolti molto diversi,per cui non riuscirei a racchiuderne almeno una che accomuni tutti; Jazz, punk, classica, rock…non è linguaggio l’importante, ma le emozioni che suscita.

La presenza all’interno del vostro ultimo album, Merci-Cucù, di alcuni strumentali, mi fa pensare che voi siete una delle ultime band che ancora pensa ad un album come un unicum sonoro e non una semplice sequenza di canzoni da ascoltare e scaricare singolarmente. Qual è il vostro punto di vista?

Ilaria: Ora che mi ci fai pensare,potrebbe essere una sorta di suite,ma credo che ogni brano abbia un carattere abbastanza forte da poter essere considerato anche singolarmente. Posso assicurarti che è stato tutto molto spontaneo, non si è pensato ad una struttura; la tua analisi mi/ci lusinga molto.

Il disco è ricco di arrangiamenti molto curati. Qual è il vostro rapporto con quel particolare strumento che è lo studio di registrazione?

Ilaria: Ci divertiamo tantissimo,tra l’altro capita di tutto.Si ride,si litiga,ci si confronta;tutto è alterato in maniera negativa e positiva,si vive nel mezzo.E’ una dimensione meravigliosamente surreale,almeno per me.

E il vostro rapporto con i live?

Ilaria: I live confermano ancora di più la complicità che si è creata nel corso degli anni;sarà banale dire che diventiamo un’unica cosa,ma è la definizione più adatta.

Quello che accade dentro,cioè sul palco,è incomprensibile anche per me,non saprei spiegartelo. Mi piacerebbe sapere cosa accade fuori.

Qual è il processo che accompagna il vostro metodo di composizione? Come nascono le vostre canzoni, e quando ritenete concluso un pezzo?

Ilaria: I pezzi nascono da improvvisazioni o da singole idee che vengono proposte e suonate tante,tante volte; molto spesso li testiamo nei live ed è forse là che ci rendiamo conto dell’apparente conclusione.

Pareri sulla scena musicale italiana e quella campana in particolare.

Luigi: Nessuna!

La situazione degli spazi live a Napoli e in Campania.

Luigi: In questo ultimo anno credo ci sia stata una ripresa per ciò che concerne le nuove aperture di spazi adibiti alla musica, non per ciò che concerne l’apertura dell’ascoltatore medio.

Le cose dovrebbero viaggiare di pari passo altrimenti una inevitabilmente può divenire carnefice dell’altra.

Alla discografia di quale tipo di ascoltatore vi piacerebbe appartenere?

Luigi: Alla discografia di chi ama indiscriminatamente la musica.

Prossimi progetti.

Abbiamo una decina di concerti in programma in giro per il Sud Italia e stiamo allestendo uno spettacolo sperimentale da portare in teatro, chiamato “Le ballet ironique”. Sarà una sorta di show multimediale basato sulle nostre canzoni e su una dimensione visuale ispirata al dadaismo.

Esordiremo al “Teatro dell’arte” di Torre del Greco a fine Marzo, e speriamo di poter trovare altri luoghi altrettanto coraggiosi e volenterosi di ospitare uno spettacolo così “fuori dal comune”.

Giovanni di Benedetto.

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