Recensioni: L’illusionista – Sylvain Chomet

(In ascolto: Tango Apasionado – Astor Piazzolla)

Pubblicato su Lankelot, novembre 2010.

Autore nel 2003 di quel piccolo gioiello che è Les Triplettes de Bellevile (Appuntamento a Belleville), Sylvan Chomet per la sua opera seconda non cambia la modalità espressiva, quella del cinema di animazione, e rende omaggio ad uno dei personaggi più originali del cinema francese, quel Jacques Tati autore di quella esilarante e malinconica maschera che era Monsieur Hulot, protagonista di pellicole come Mon Oncle (Mio Zio), premio Oscar per il miglior film straniero nel 1958. L’illusionista è infatti una sceneggiatura dello stesso Tati, scritta l’indomani di Mon Oncle e rimasta inedita fino ad oggi. Dopo aver visto la prima pellicola di Chomet (nella quale era presente più di un omaggio all’opera di Tati), la figlia di Jacques, Sophie Tatischeff, ha pensato di affidare la realizzazione di questo progetto allo stesso Chomet. In un periodo in cui l’entusiasmo degli spettatori per la settima arte è sempre più (definitivamente?) attratto dalla cultura hollywodiana dell’immagine spettacolarizzata rappresentata ora dal 3D ora dalle immagini digitali Disney-Pixar, non può non destare ammirazione e viva commozione il susseguirsi di ogni singolo fotogramma di quest’opera, in cui ai pixel si preferisce il tratto disegnato. Perché il cinema d’animazione non è un semplice genere cinematografico, ma un vero e proprio modo di vedere il mondo. È una visione, come Miyazaki da più di trent’anni ci insegna con i suoi film. Ed è la modalità espressiva che oggi, essendo diventata la più desueta, maggiormente è in grado di mostraci la magia – è il caso di dirlo – del cinema. Quella magia in grado di provocare entusiasmi e meraviglie così affini ai moti dell’animo propri dell’infanzia. E non è un caso che l’incipit del film inneschi un semplice ma ben marcato rapporto di metacinematografia, con lo schermo che mostra un cinema nel quale si sta per proiettare un film: L’illusionista.

Siamo a Parigi, nel 1959. I Music Hall sono per essere presi d’assalto dalle band e dal rock’n’roll e la televisione sta per sostituirsi al cinema. Un anziano prestigiatore vedendo a poco a poco diminuire il proprio pubblico e ridursi gli spazi dove esibirsi, viaggia verso la Gran Bretagna. A Londra si ripete lo stesso scenario della capitale francese, per cui prosegue il suo viaggio nella terra di Albione fino ad arrivare in una piccola cittadina della costa occidentale della Scozia. Qui si esibisce in uno sgangherato ma caloroso pub, riuscendo a destare la meraviglia del pubblico e di una ragazzina in particolare, Alice. Alice rappresenta l’anima candida, l’infanzia in un senso più generale, pronta a raccogliere le magie del mondo come vere, prima che l’età adulta le riveli poi come illusioni. Affascinata dalle sue magie, Alice si imbarca con il mago per la capitale, Edinburgo. Ed è proprio Alice, con la sua meraviglia, a far persistere nel vecchio prestigiatore la volontà di non gettare la spugna (destino diverso tocca ad altri personaggi-tipi come il clown o il ventriloquo presenti nel film…) e a inventarsi di volta in volta nuovi trucchi per accontentare i desideri della bambina. Desideri che in realtà non celano altro che il suo desiderio di veder sempre rinnovata la magia, la meraviglia. Fino a quando le sempre maggiori difficoltà economiche dell’anziano prestigiatore non lo porteranno alla dura scelta di lasciare la bambina – diventata ormai adulta – alla sua vita e all’amara rivelazione che «magicians do not exist». Ma a quella che sembra essere una amara presa di coscienza fanno da contrappunto due elementi: Alice è pronta a cimentarsi con tutt’altro che la semplice e cruda realtà; avendo incontrato un giovane ragazzo è pronta a tuffarsi in una nuova illusione, quell’amore che è la più potente delle magie e che come la più intricata delle illusioni trasfigura ogni cosa intorno. Il secondo elemento è squisitamente metacinematografico. Come credere alle parole «magicians do not exist» quando queste sono parole che appaiono su di uno schermo cinematografico – non solo quello che osserviamo noi dalla nostra poltroncina nella sala cinematografica, ma anche quella intradiegetico cui accennavo prima? Come Luci della Ribalta, come Effetto Notte, come Otto e Mezzo, o perché no, come il Tarantino di Inglorius Basterds, questo Illusionista di Chomet è un’opera che è prima di tutto un sentito e commovente omaggio a quella macchina generatrice di sogni che è il cinema. Diceva Andrè Bazin che «il cinema sostituisce al nostro sguardo il mondo che desideriamo». Perché se pure gli dei non esistessero, ci rimarrebbero le chiese. E se pure i maghi e le magie non esistessero, ci rimarrebbe di certo più di un film a farci credere il contrario.
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