Quaderno parigino/1: perché Parigi

Quaderno parigino/1: Perché Parigi.

(Articolo pubblicato su Manifesto Europa)

 

– En el fondo – dijo Gregorovius -, París es una enorme metáfora.

(J. Cortázar, Rayuela)

 

 Le biblioteche sono uno dei luoghi ideali dove mettere in pratica una deriva psicogeografica. Dunque, avendo bene in mente la lezione di Guy Debord, percorrevo i corridoi della biblioteca universitaria della Sorbonne Nouvelle senza una meta precisa, scegliendo man mano il percorso in base a ciò che vedevo intorno, lasciando il piano solcato dai miei passi al margine inferiore della vista e lasciandomi attrarre soltanto dai particolari architettonici dello spazio intorno: tipo di scaffalatura (in ferro), tipologia di illuminazione (neon / bianco), composizione materiale della soffittatura (pannelli di compensato / grigio), composizione materiale dei tavoli di studio (materiale plastico / bianco) ecc. In un punto imprecisato della deriva, quando la decostruzione dello spazio stava sortendo i primi benefici (non sfogliavo un libro; incominciavo a sfogliare una biblioteca, passando da una disciplina all’altra con pura soluzione di continuità), uno dei particolari – il dorso dorato di un libro in cui i caratteri tipografici in nero formavano la parola DANTE – mi collocò nuovamente nello spazio intorno con tutta la mia individualità: Giovanni di Benedetto, 24 anni, studente di lettere e filosofia, a Parigi per compiere ricerche bibliografiche per la tesi di laurea (argomento: Parigi come espace littéraire in quattro romanzi surrealisti). Di colpo lo scaffale della biblioteca perse il suo carattere generico e mi restituì ad una geografia ben precisa: LITTÉRATURE ITALIENNE.

Lasciai dunque i miei boriosi miraggi di astoricità a data da definirsi e iniziai a percorrere con la mano e con lo sguardo lo scaffale, a ritroso dalla Z alla A: ZANZOTTO / VERGA / UNGARETTI / TOMASI di LAMPEDUSA / SVEVO / SERENI / SBARBARO / [salto] / PAVESE / [salto] / MONTALE / [salto] / GADDA / [salto] / CALVINO [pausa, una più acuta attenzione, osservazione, una parola: Parigi]. Prendo dallo scaffale il libro: ITALO CALVINO, EREMITA A PARIGI (850 “19” CAL; PRET). Apro l’indice: a p. 190 c’è il saggio che dà il titolo all’intera raccolta di pagine autobiografiche. Sfoglio dunque il libro; leggo:

« Potrei dire allora che Parigi, ecco cos’è Parigi, è una gigantesca opera di consultazione, è una città che si consulta come un’enciclopedia: ad apertura di pagina ti dà tutta una serie d’informazioni, d’una ricchezza come nessun’altra città. Prendiamo i negozi, che costituiscono il discorso più aperto, più comunicativo che una città esprime: tutti noi leggiamo una città, una via, un tratto di marciapiede seguendo la fila dei negozi. Ci sono negozi che sono capitoli d’un trattato, negozi che sono voci d’una enciclopedia, negozi che sono pagine di giornale. A Parigi ci sono negozi di formaggi dove vengono esposti centinaia di formaggi tutti diversi, ognuno etichettato col suo nome, formaggi avvolti nella cenere, formaggi con le noci: una specie di museo, di Louvre dei formaggi. Sono aspetti di una civiltà che ha permesso la sopravvivenza di forme differenziate su scala abbastanza vasta per renderne la produzione economicamente redditizia, pur sempre mantenendo la loro ragione d’essere nel presupporre una scelta, un sistema di cui fanno parte, un linguaggio di formaggi. Ma è anche soprattutto il trionfo dello spirito della classificazione, della nomenclatura. Ecco che se domani mi metto a scrivere di formaggi, posso uscire a consultare Parigi come grande enciclopedia dei formaggi. Oppure consultare certe drogherie in cui si riconosce ancora quello che era l’esotismo del secolo scorso, un esotismo mercantile del primo colonialismo, diciamo uno spirito da esposizione universale.

C’è un tipo di negozio in cui si sente che questa è la città che ha dato forma a quel particolare modo di considerare la civiltà che è il museo, e il museo a sua volta ha dato la sua forma alle più varie attività della vita quotidiana, cosicché non c’è soluzione di continuità tra le sale del Louvre e le vetrine dei negozi. Diciamo che nella strada tutto è pronto per passare al museo, o che il museo è pronto per inglobare la strada.

[salto] Questa idea della città come discorso enciclopedico, come memoria collettiva, ha tutta una tradizione: pensiamo alle cattedrali gotiche in cui ogni particolare architettonico e ornamentale, ogni luogo ed elemento rimandava a cognizioni d’un sapere globale, era un segno che trovava corrispondenza in altri contesti. Allo stesso modo, possiamo « leggere » la città come un’opera di consultazione, come « leggiamo » la Notre-Dame (sia pur attraverso i restauri di Viollet-Le-Duc), capitello per capitello, pluviale per pluviale ».

Dunque, ecco cos’è Parigi: una gigantesca opera di consultazione. Con questa semplice e sintetica definizione della città, Calvino coglie forse quello che è il suo segreto più recondito, ciò che l’ha resa la Capitale du XIXͤ siècle (Benjamin) creatrice di quella mythologie moderne (Aragon) da cui ancora oggi nel duemilaundici non ci siamo del tutto distaccati. L’intuizione alla base di quell’immenso progetto di realizzazione di una filosofia materiale del XIX secolo che è il Passagenwerk di Walter Benjamin prende le mosse da una simile constatazione. È a partire dall’osservazione del carattere espressivo dei primi prodotti industriali, delle prime macchine, dei primi grandi magazzini, dell’utilizzo del ferro e del vetro come materiale di costruzione, della pubblicità e così via, che Benjamin sperava di illustrare « non l’origine economica della civiltà, bensì l’espressione dell’economia nella sua civiltà ».

Se è vero dunque che la Parigi odierna è ormai lontana dal costituire quel centro del mondo dal quale godere di un posto privilegiato da cui assistere a tutti i cambiamenti politico-economici in corso, è anche vero però che qualsiasi studio di una città ancora oggi non può che partire da qui, Parigi. In un periodo in cui quel sapere enciclopedico racchiuso nelle strade di cui parlava Calvino tende a trasferirsi altrove, in quei non-luoghi che sono i centri commerciali, Parigi rappresenta allo stesso tempo sia l’origine di questa trasformazione sia una possibile reazione a questo ennesimo meccanismo di alienazione ingegnato dall’economia capitalista. Lo iato tra cittadino e spazio urbano è qui non ancora del tutto compiuto. [Mesdames et messieurs, la bibliothèque fermera à dix-neuf heures]. La voce metallica dell’altoparlante interrompe il disordinato riflettere che la pagina di Calvino aveva provocato. Mi dirigo allo sportello dei prestiti col libro. Esco. È sera. L’edificio davanti la facoltà mi ricorda a tratti gli edifici di Via Marina; i prosecutori dell’opera del barone Haussmann non avevano una predilezione per il blu di Prussia a quanto pare. Torno al colore prendendo dalla tasca la mappa del metro che col suo intrecciarsi di linee colorate mi ricorda un’opera di Mondrian. Linea 7, direzione La Courneve.

 

Parigi, 10 novembre 2011

 

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3 Risposte to “Quaderno parigino/1: perché Parigi”

  1. redlightattraction Says:

    stabben!

  2. Anonimo Says:

    domanda banale: mi diresti qual era la biblioteca? 🙂

  3. Giovanni di Benedetto Says:

    Certo. Trattasi della biblioteca della Paris III.

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