Quaderno parigino/2: Porte Saint-Denis, X arrondissement

Quaderno parigino/2: Porte Saint-Denis, X arrondissement

(Articolo pubblicato su Manifesto Europa)

« Un uomo che sa riflettere a Parigi non ha bisogno di uscire dalla cinta muraria per conoscere gli uomini che vivono ad altre latitudini. Può giungere all’intera conoscenza del genere umano studiando gli individui che formicolano in questa immensa capitale »

(L. S. Mercier, Tableau de Paris)

 Muovendosi lungo la trama di strade e boulevards, impasses e passages del X arrondissement si ha viva l’impressione di demarcare la soglia dell’espace litteraire. Allo specchio di Alice si sostituiscono le grandi vetrate della Gare de l’Est, grande snodo ferroviario che collega Parigi con le città dell’est della Francia ma il cui nome evoca i paesaggi esotici dell’oriente, le spezie dell’India e del Pakistan, le odalische, gli arazzi e tutto quell’immaginario che parte dalle pagine de Le mille e una notte e si arresta in un vagone letto dell’Orient-Express, il cui primo convoglio, destinazione Costantinopoli, partì proprio da qui il 4 ottobre 1883. Nel X arrondissement lo spazio letterario si confonde con quello urbano a partire, appunto, dalla toponomastica. Alle rêveries orientaleggianti della Gare de l’Est, il passeggiatore che vorrà raggiungere la Porte Saint-Denis, vedrà susseguirsi una dietro l’altra le fantasticherie suggerite da toponimi come Boulevard de Magenta – in cui l’eco della Storia lascia il posto al tratto cromatico della parola, incitato dalle insegne al neon che ad intermittenza illuminano i nomi dei cafès e delle brasseries all’ombra dell’Eglise St-Laurent -, Rue de la Fidélité e il suo prosieguo, Rue de Paradis che insieme sembrano comporre gli assi cartesiani di un feuilleton ottocentesco. E ancora, una serie di passages in cui – come se non bastasse il potere incantatore di questa singola parola che coordina tra i suoi fonemi una semantica spaziale e una semantica temporale – la fantasticheria si sposa ora con le metafore del Passage du Désir, ora con la fantasia à la Verne del Passage de l’Industrie, al cui nome fin de siécle da exposition universelle fa da pendant la sua architettura neopalladiana.

 (J’ai l’impression que peut m’arriver quelque chose qui en vaut la peine).

 I tavolini dello Swinging Londress all’angolo di Rue de Paradis permettono di osservare lo scorrere della vita del quartiere da un punto di vista privilegiato. Sullo sfondo la sagoma della “bella e inutile” (Breton) Porte Saint-Denis perde tutta la sua maestosità e la sua pietra bianca nelle giornate nuvolose lascia al grigio del cielo di trionfare sull’arco. [Une petite crème, s’il vous plaît]. Tre del pomeriggio. Dall’interno del cafè giunge il rumore delle stoviglie e il jingle di TSF JAZZ la seule radio cents pour cents jazz. Su Rue du Faubourg Saint-Denis la vita scorre. Il semaforo all’altro lato della strada, ad intervalli di tempo regolari, permette all’occhio di arrestarsi per delle istantanee in cui l’anonimato della folla restringe il suo campo e rende le persone degli individui. Verde.

[Voilà monsieur, la petite créme]. Il X arrondissement è una delle zone popolari della città. Il quartiere di Porte Saint-Denis era un quartiere operaio, e, a partire dagli anni sessanta è stato uno dei luoghi in cui gli immigrati provenienti dalle ex colonie francesi si sono insediati più organicamente. Ciò ha contribuito a rendere il X un arrondissement con un’identità tutta particolare all’interno della scacchiera dei venti arrondissements parigini. I clichés che accompagnano l’immagine della città cadono ad uno ad uno. Un domino furioso che ha inizio con le insegne al neon che compongono lo zodiaco del paesaggio urbano:

 SHAN

SARAY

SHERTON

SHEEZAN

BHAI-BHAI

URFA DŰRŰM

TANDOORI NIGHTS

BOLLYWOOD UNIVERSE

MINI MARKET INSTAMBUL

 Pakistan, India, Turchia, Ile Maurice. Il giro del mondo in ottanta metri. I tavolini del LE NAPOLEON, all’altezza di Rue Chateau d’eau, sembrano soldatini di legno e paglia mandati sul fronte orientale a difendere i propri confini. Poco più giù, all’incrocio con Rue d’Enghien, il grosso telone rosso di CHEZ JEANNETTE fa da protezione alle giacche vintage dei bobos. Grandi e consumati specchi belle époque rifrangono le luci dei neon sulle pareti rosse e sul grande comptoir marrone inondato dalla schiuma di un numero indefinito di demies blondes (2,80 €, la più economica del quartiere). Il vociare all’interno è quasi coperto dalla musica di un dj che alterna french touch alle ultime novità indie rock. CHEZ JEANNETTE, insieme ad altri locali disseminati tra la Rue e la Cour des Petites Ecuries, ha reso il X uno degli arrondissement più frequentati la sera dai ragazzi parigini. Verso le undici di sera, la ripartizione dei metri quadro di Rue du Faubourg Saint-Denis offre uno scenario composito del tutto estraneo ai canoni del razionalismo haussmanniano dei vicini Grands Boulevards: agli angoli delle alimentations générales i cassonetti della spazzatura diventano tavoli da gioco attorno cui, gruppetti di una decina/ventina di ragazzi – tutti di colore – scommettono o giocano a carte; le banconote da cento euro non di rado coprono del tutto la poubelle e non di rado il vociare alto prelude ad una rissa, in ogni caso sempre evitata. Les flics, “le guardie”, non tarderebbero ad arrivare e un sans papier, nell’era Sarkozy, è fregato. I ristoranti etnici (i migliori di Parigi) sono frequentati sia dal francese voglioso di cucina esotica che dai frequentatori abituali delle rispettive nazionalità; difficilmente vi capita un turista. Prezzi economici e arredamenti spartani lo tengono alla larga. I coiffeurs africani, anche a tarda notte sono pieni di clienti e svolgono un vero e proprio ruolo di aggregazione sociale. Rue Chateau d’eau, nel tratto che va dalla fermata della metro a Rue du Faubourg Saint-Denis, sembra la via di accesso ad un varco spazio-temporale che collega Parigi ad una qualsiasi strada di Brooklyn. E, poco distante, il Passage Brady porta direttamente ad una Islamabad racchiusa in un’architettura in ferro e vetro.

 J’ai l’impression que peut m’arriver quelque chose qui en vaut la peine.

 Mentre rimescolo la zolletta di zucchero nella mia petite créme, mi torna in mente una frase di André Breton tratta da Nadja. Ho l’impressione che mi possa accadere qualcosa che valga la pena. Credo di averla pronunciata anche. Dall’interno sento arrivare le note del clarinetto di Sidney Bechet comporre la frase iniziale di Petite fleur e turbinare senza soluzione di continuità nel vortice di caffè-latte della mia tazzina. Alzo lo sguardo verso il semaforo. Rosso. Il 32 passa. Alla fermata attende un uomo. Chiedo il conto. [3,20 €, s’il vous plaît. Merci. Au revoir. Bonne journée]. Tra poco pioverà.

Parigi, 1 dicembre 2011

Galleria fotografica:

 

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