Archive for the ‘In lettura’ Category

In lettura: Fame – Knut Hamsun

19/08/2009

(In ascolto:  Town With No Cheer – Tom Waits)

Mi è piaciuto molto. Però non mi ha sconvolto, ecco. Non sono riuscito ad entrare in empatia con il protagonista, incredibilmente nevrastenico. Nelle prime due parti l’altenarsi di collera (in questi casi mi ha ricordato Bardamu e il Voyage) e misericordia mi ha un po’ spiazzato, a volte anche infastidito. Le ultime due parti, la quarta in particolare mi hanno appassionato di più.
Vi ho scorto all’interno, molte opere di altri autori, segno che l’opera è stata seminale. In particolare mi ha ricordato Le Notti Bianche, con un sentimento però molto più novecentesco, nonostante sia del 1890. (va detto però che rispetto a Le Notti Bianche, mi è piaciuto molto di più). In un certo senso è una di quelle opere che segna la fine della grande stagione romantica a fa da preludio al ‘900. Sono espressi cioè sentimenti e condizione di stare al mondo tipicamente novecentesca, con un linguaggio però ancora, in qualche modo, romantico. Le pagine successive al primo bacio con Ylalij, in particolare nella scena in cui a letto lui protende le braccia come per afferarla nel sogno mi hanno riportato indietro ad una pagina molto simile del Werther.
Oltre a Cèline per i motivi che ho detto prima, mi ha ricordato infine anche qualcosa di Martin Eden. Però trovo che Jack London abbia sviluppato in maniera più completa non solo la polemica sociale, ma anche quella del giovane emarginato che cerca di riscattarsi tramite la scrittura.

Approfondimenti: Lankelot.

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In lettura: Addio alle armi – Ernest Hemingway

19/06/2009

(In ascolto: Dance Me to the End of Love – Leonard Cohen)

Pubblicato su Lankelot, giugno 2009.

Sono tanti i motivi per cui amo Hemingway. Per quella sua incredibile capacità di rendere interessante la più semplice quotidianità, quella fatta di intere giornate passate nei caffè e nei bistrot parigini bevendo vino, con accanto a sè, il suo taccuino dove registrare la vita intorno. Per quella sua capacità di renderti familiari quei luoghi, senza che tu vi abbia mai messo piede. Come accade nella Parigi descritta in Festa Mobile, dove le vie, i boulevard e le pareti dei numerosi locali frequentati, sono dei veri e propri personaggi. Amo Hemingway per quel modo così struggente di far parlare i suoi personaggi con parole che sembrano sempre essere le ultime, quelle definitive e per i modi in cui questi personaggi spesso si dicono addio. Amo Hemingway perchè il suo linguaggio è diretto, spietato e sincero.  Preciso come il colpo di un pugile. E come un pugno nello stomaco a distanza di qualche giorno continua a far male. Amo Hemingway per la dignità dei suoi personaggi, per il modo in cui essi soccombono stoicamente ai colpi avversi della sorte,  guardando sempre negli occhi, la morte.

Addio alle armi, riassume un po’ tutti questi elementi. C’è la guerra, c’è l’amore, c’è il vino, c’è il calore degli ambienti chiusi e il freddo degli spazi aperti, in cui la natura – come sempre accade in Hemingway – funge da cassa di risonanza esterna dei moti del suo animo. C’è la pioggia, tanta pioggia a bagnare il capo del protagonista, il tenente Frederic Henry. Una pioggia che vorrebbe cristianamente purificare le sorti dei personaggi, ma che non fa altro che infangarli ulteriormente. Dalla melma si nasce e nella melma si muore. Addio alle armi è come una poesia dell’Ungaretti de L’Allegria, in cui la guerra è un’immensa, terribile scenografia sulla quale gli attori recitano i propri silenziosi soliloqui, come preghiere inascoltate. Come quella che Frederic recita nelle pagine finali del romanzo, in cui si compie l’amara profezia meditata in uno dei momenti del romanzo in cui la felicità pur sembra essere lontana solo un palmo di mano: “Se qualcuno riesce ad essere così forte, il mondo può solamente ucciderlo per spezzarlo, e naturalmente lo fa. Non c’è nessuno che il mondo non spezzi, molti poi si rafforzano nel punto dove sono stati spezzati. Quelli che non si spezzano altrimenti il mondo li uccide. Con imparzialità uccide chi ha troppa forza nella bontà o nella gentilezza o nel coraggio”. E, come in Ungaretti, lo stile, la forma, la semplice parola diviene come una pennellata di un quadro espressionista. Puro colore che ha la propria forma in sè stesso e non nelle linee che ne individuano il contorno. Una parola, tutta volta a sondare i moti dell’animo. E ciò, sorprende, non essendo di certo Hemingway uno scrittore che privilegia la psicologia dei personaggi. Ed è tutta qui la sua abilità, riuscire ad ottenere con mezzi diversi ciò che la tradizione letteraria ha codificato in altro modo. Affidando la maggior parte delle emozioni, alle cose non dette e a quelle lasciate in sospeso. Giocare di sottrazione con se stesso prima ancora che con il lettore, essendo la sua letteratura sempre rivisitazione di proprie esperienze vissute (“scrivere di ciò che si conosce meglio”, questo consigliava ai giovani scrittori Hemingway, in una famosa intervista di George Plimpton). La “Teoria dell’Iceberg” prima ancora che un vademecum che ogni scrittore dovrebbe conoscere a memoria, è una vera e propria espressione della sua personale visione del mondo. Qualcosa da considerare alla stregua di una confessione diaristica. C’è un capitolo, il XXII, in cui Frederic, dopo la lunga degenza dovuta alle sue ferite di guerra, deve ripartire nuovamente per il fronte, e con Catherine si concede un’ultima passeggiata per le vie di Milano. In questa che potrebbe essere la parte in cui ogni scrittore potrebbe lasciarsi andare al più blando romanticismo, Hemingway riesce, con rigido controllo, a scrivere delle pagine autenticamente struggenti, in cui il lettore è tutto proteso a cogliere la felicità dei due amanti presi nei loro movimenti più semplici e quotidiani, quali una passeggiata in una Milano notturna mai così calda e affascinante nonostante la pioggia e la nebbia, e una cena consumata in una stanza d’albergo vicino alla stazione ferroviaria, dove Frederic dovrà prendere il suo treno che lo riporterà nell’inferno del fronte. Pagine scandite da una felicità fatta di piccoli gesti e dal rintocco delle parole “E’ quasi d’ora d’andare”, a ricordare, se mai ce ne fosse bisogno, la fragilità di cui è fatta la felicità, sempre inseguita dal tempo che scorre, come recitano anche i versi di una poesia di Marvell inserita nel testo e citata da Frederic: “E sempre odo dietro di me/Il cocchio alato del tempo che incalza veloce”. Una felicità, che i due amanti, dopo la fuga di Frederic dal fronte in seguito alla disfatta di Caporetto, riescono per alcuni capitoli a vivere interamente, in pagine tutte protese a seguire i loro dialoghi, i loro sogni, le loro speranze. Una felicità che nel capitolo finale velocemente va in cancrena, mutilando di colpo le parole dei due amanti, in un congedo che ha il solo rumore della pioggia che cade. Senza alcuna benedizione.


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