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Nano #1: The National

18/06/2010

Dal mese scorso mi occupo di una rubrica musicale sul magazine Nano dedicata alle band più significative degli Anni Zero. Questo mese protagonisti sono i The National.

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(Pubblicato su Nano, giugno/luglio 2010)

Sono in uscita con un nuovo album, High Violet, che, lo diciamo subito, non è all’altezza delle aspettative. Sto parlando dei The National, una band che aveva portato in quella monotona macchina che è l’indie-rock degli anni Zero, una prospettiva più cantautoriale capace di unire le ritmiche post-punk con l’esistenzialismo orchestrale da camera di una band troppo spesso dimenticata quale i Tindersticks. Partiti in sordina nel 2001, due anni dopo danno alle stampe un album che già nel titolo reca il proprio manifesto poetico, Sad songs for dirty lovers. Ma è nel 2007, con Boxer, che raggiungono il loro vertice qualitativo. Un album che può considerarsi come l’opera più matura di tutta la corrente new-wave di fine decennio, che mette da parte dancefloor e lustrini (sì, sto pensando ai Franz Ferdinand, e sì, mi sto riferendo a te, ragazzo/a con All Star ai piedi e Wayfarer sul volto) in favore di un’estetica crepuscolare e metropolitana in cui l’alternanza tra piani e forti è debitrice della lezione di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds. Per qualcuno niente di nuovo, sono le solite canzoni tristi. Ma lo stesso dicasi di noi, i soliti amanti sporchi.

Giovanni di Benedetto

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