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Jacko: morte di un’icona.

26/06/2009

Non credo nei santi, e ancora meno nella santità degli artisti, peggio ancora, delle rockstar. Altrimenti etichetteremmo gente come Rimbaud, Morrison e Cobain semplicemente come dei tossici. Ma è evidente che ciò che dovrebbe interessare è unicamante la loro arte, è ciò cui la loro arte ha dato vita, incrociandosi con le vite e le vicende personali delle persone. Ed anche  a cosa la loro arte ha rappresentato. Perchè l’arte non è solo questione di estetica, ma in un modo o nell’altro, nel bene e nel male, anche questione sociale e sociologica. Soprattutto la cultura Pop, è prima di tutto relazionarsi con ciò che diviene “icona” e “simbolo”, cose che hanno a che fare in maniera trasversale con il mero discorso estetico. Ecco. Michael Jackson, come in passato solo Elvis e i Beatles sono riusciti a fare, era proprio tutto questo. Fisicamente aveva cessato di esistere ormai già da un bel po’. Non a caso molti dei discorsi che lo riguardavano erano già declinati al passato. Perchè Michael Jackson, è stato uno di quei casi in cui una persona è riuscita in vita ad assurgere ad uno status di vera e propria leggenda. La sua silhouette, con quel giubbotto di pelle rosso, era nell’immaginario collettivo, qualcosa di impresso come i ritratti di Warhol con Marilyn Monroe, come le foto di Jim Morrison o Che Guevera. Jackson già da tempo, viveva ormai soltanto nei suoi videoclip. E’ per questo che non mi stupisce il clamore che la notizia della sua morte sta provocando. Perchè, la sua morte, rappresenta la presa di coscienza della fine non solo di un essere umano e di un (grande) artista. E’ qualcosa di più. E’ la morte di un’icona che ha rappresentato nella maniera più popolare possibile, un intero decennio, con tutti i suoi vizi e contraddizioni, certo, ma anche le speranze e i sogni di milioni di persone. Jackson era in fondo una delle incarnazioni più forti del vilipendiato American Dream. Un’icona che con la sua musica, ballabile e spensierata, spesso geniale grazie anche l’apporto di Quincy Jones, ha rappresentato per un’intera generazione anche un tentativo di attraversare un decennio buio come gli anni ’80, in una maniera diversa, lontana dall’idealismo degli anni ’60 e ’70, e più vicino allo spirito originale del rock’n’roll degli anni ’50. Musica piena di ritmo, che vedeva nel movimento, nella velocità, nel divertimento, sostanzialmente, una via di “salvezza”.

Nel 1995, Jackson pubblicò un album intitolato History. In inglese c’è una grossa differenza tra i termini “History” e “Story” per indicare ciò che in italiano si esprime semplicemente con l’unico termine di “Storia”. “History” è il termine che si usa in riferimento alla Storia intesa come “fatti storici”. All’epoca – ma leggittimamente anche oggi – sembrava una scelta ambiziosa ed egocentrica. Invece, forse non avevi tutti i torti, Jacko.

Au revoir

09/04/2009

Domani si parte per Parigi. Resterò per una settimana, per cui il blog fino ad allora non sarà aggiornato. Spero di trovare qualche album del grandissimo Yann Tiersen, il cui catalogo in Italia non è facilmente reperibile. Nel caso, sapete già di cosa vi parlerò al mio ritorno.

A presto,

Giovanni.


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