Film Socialisme: Shooting Range di Vladimir Tarasov (1979)

05/11/2012

Film animato del 1979, Shooting Range del russo Vladimir Tarasov, è una spietata critica al capitalismo. Grottesco, visionario, socialista. Il ritmo sincopato del jazz commenta musicalmente un segno grafico che subisce una continua metamorfosi di forme e di firme (l’attenzione per il dettaglio costituisce un vero e proprio trattato di semiotica). Il protagonista, oggi più ancora che all’epoca, è un personaggio che manifesta tutto lo spirito del tempo; il cartello che porta al collo con su scritto JOB WANTED, una storia d’amore che pure riesce a nascere, affermano tutto il carattere esistenziale della precarietà e del lavoro.

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Rubriche telefoniche

01/09/2012

I nomi

I cognomi

Gli indirizzi depennati

Stagioni, anni passati

(chi era questo

chi quest’altro)

La conta dei morti

Apocalissi private.

Duchamp

01/07/2012

Una gruccia

nell’armadio

la mia giacca

un tuo foulard

posto per errore

o per economizzare gli spazi

o chissà cos’altro.

 

Ready-made

24/06/2012

Una raccomandata della compagnia telefonica

mi informava della sopravvenuta cessazione

dell’erogazione del servizio “Insieme”

causa inadempimento delle norme contrattuali

stipulate nel maggio duemiladieci.

Dittico. Nonno.

05/06/2012

I. Metamorfosi

La lista della spesa (le tue correzioni)

la ricevuta fiscale (le spese da detrarre).

Il reparto-frigo del supermercato

la teca della farmacia.

Il camice bianco del salumiere

il camice bianco dell’infermiere.

Le posate d’argento

il cucchiaio di plastica.

La divisa

il pigiama.

Andare a trovare

fare visita.

Le persone che amasti

sconosciuti.

II. Astrologie

 

Lo spot pubblicitario annunciò

i programmi della sera

interrompendo le interrogazioni astrologiche

che cercavano nei tuoi occhi residui

di civiltà antiche.

(L’infermiere caccia dal frigo

omogenizzati e gelatine).

Alcuni ti chiedono il nome

altri se «ti ricordi?»

io se anche io un giorno…

Note a margine in forma di status.

28/04/2012

L’aforisma è un sistema compiuto, articola un mondo intero non riassumendolo ma elidendolo. L’aforisma è filosofia, è letteratura, è storia ed è storia di un pensiero. Operazione chirurgica sul linguaggio e del linguaggio, l’aforisma è al versante opposto della sua variante coatta cui spesso, per malafede o incapacità critica, viene associato: lo slogan o la sentenza (con le varianti moderne di tweet o status). Artifici retorici, figure grammaticali prive di autentica sovversione poetica, questi ultimi mortificano interi sistemi di pensiero riassumendoli e riassumendoli li esplicano ed esplicandoli ne permettono la riproducibilità. Lo slogan, la sentenza, la citazione decontestualizzata e reificata nel cit. virgolettato, il tweet e lo status (dunque questo stesso enunciato, ahimè) sono i luoghi in cui si compie una riproducibilità tecnica del linguaggio. Esibiscono, mettono in scena un pensiero. Il pensiero è altrove. Il fascismo del linguaggio passa da qui. Condividiamo, adesso. (E torniamo pure a neutralizzare il linguaggio con gli * dei sostantivi e degli aggettivi né maschili né femminili. Nel mentre suggerisco un’abolizione degli aggettivi possessivi per meglio auspicare la cancellazione della proprietà privata di oggetti e soggetti).

L’impero dei segni: Facebook, narrazioni e significazioni. Decifrazioni di una pornografia semiologica.

28/04/2012

Pubblico di seguito il testo del mio intervento al seminario Italia Agra del maggio 2011. Il cortometraggio 1994 è da ritenersi parte integrante del seguente lavoro.

L’impero dei segni: Facebook, narrazioni e significazioni. Decifrazioni di una pornografia semiologica.

 

Di Giovanni di Benedetto

 

I. Introduzione.

Nel corso della giornata introduttiva dedicata al “Secolo tamarro”, tra le varie riflessioni riguardanti quel particolare prodotto della società contemporanea che è l’individuo tamarro, è emerso come uno dei tratti caratterizzanti di questa categoria sociologica sia l’ostentazione. Ostentazione di determinate caratteristiche, prima tra tutte, un’ostentazione della propria corporalità. Ma il “tamarro” rappresenta pur sempre solo una categoria parziale del seculum. Interessante è allora osservare, analizzare – partendo da questa caratteristica comune: l’ostentazione – cosa di questa tendenza particolare si propaga nel resto del seculum, della società, per diventare generale. L’obiettivo è quello di delineare alcuni dei tratti che compongono il secolo tamarro, la società tamarra. Come la società medievale secondo Curtius aveva elaborato la metafora del libro-come-mondo attraverso la quale rappresentarsi dunque ridursi dunque leggersi, così la società tamarra ha trovato in quello che è lo stadio ultimo del web 2.0, vale a dire il social network ed in particolare Facebook, la propria possibilità per compiere una rappresentazione di se stessa. Il discorso dunque si varrà di esso facendolo assurgere a metafora del secolo tamarro, vale a dire utilizzandolo come strumento epistemologico attraverso il quale tessere alcune proposte interpretative.

L’intervento vuole concentrarsi, dunque, partendo dalle riflessioni di Roland Barthes e sulle nozioni semiologiche di significante, significato e segno, sui processi narrativi, di significazione e di decifrazione, proprie del mezzo attraverso il quale il seculum tamarro, la società tamarra, ha trovato la sua modalità di rappresentazione tramite una rinnovata metafora del libro-come-mondo: Facebook.

2. Io non sono io: Io è un altro: colui di cui narro Io.

L’individuo tamarro ostenta la propria corporalità, dicevamo. In particolare ostenta la propria corporalità privata, intima: gli attributi fisici. Il secolo tamarro (di qui in poi società tamarra per un’esigenza espositiva) ostenta anch’esso qualcosa di privato: quella serie di elementi che codificano la cosiddetta “vita privata”. Facebook allargando in maniera decisiva il valore semantico riservato alla parola “amico” permette appunto questo tipo di operazione: l’ostentazione della propria vita privata, vale a dire, l’ostentazione di sé, della propria individualità. Ma l’allargamento semantico della parola “amico” è in realtà una riduzione: da amico a contatto, termine che ha in questo caso quasi il valore di una metafora: un contatto elettrico attraverso il quale collegarsi ad una rete. La società tamarra ostenta dunque la propria vita privata inserendola in un intricato complesso di significazioni. Una rete di significazioni. Leggi il seguito di questo post »

Verso automatico n°1

21/04/2012

Le penne disseccate incartano parole ritagliate dal buio.

 

Sant’Eligio

31/03/2012

Ai piedi di Sant’Eligio

la bottega dell’orologiaio

era un’arca

di reperti archeologici

custode.

 

In via Marina

cartelloni pubblicitari

ergono rovine

nel cielo spoglio di tegole

e auspìci.

Una pagina del diario intimo di Arturo Benedetti

26/03/2012

Almanacco (Je rêve)

E poi un giorno. E poi un giorno succede. Succede che a volte la vita sfibra inerte le fibre nervose ripiegate nell’amara abitudine amata. Sto bene oggi, grazie anch’io grazie a dio ecco il resto o poco più. Oggi ho venticinque anni ieri erano ventiquattro, ecco il resto o poco più. Un anno è passato. (Quanto oltre ancora accorato rimanere ancorato a quest’ancora imprecisato ed esitante tra l’esclamativa l’interrogativa e il sintagma nominale. Una maglia di reti intrappolata in te nonostante te la cui presenza negli interstizi sfibrati della mia memoria soleva ripiegarsi mescolandosi con quant’altro trovava. E non trovava che te e il resto il resto poco più o almeno qualcosa di meno di quel più che contava e che non eri che tu, sempre tu la stessa il cui amore i miei nervi sfioriva per quel più cui sempre si accompagnava. E la profonda vergogna nel dire amore ogni qual volta dicevo amore ancora anzi più che mai ora non m’abbandona poiché ora risuona come parola scritta letta morta e tutto il resto di quello che ho cercato di evitare per te l’unica che non attraversava la mia mente macchiata d’inchiostro o di toner. Come dirti quand’eri abitudine dei gesti le mani sporche dei granelli di caffè comprato a pochi euro al discount il cui consueto riapparire sulle mie mani la mattina alle sette faceva allentare al mondo la sua presa allontanandone del reale la pretesa mentre tu dormivi. Ti vedo, la sveglia ha suonato ma per me soltanto cui il tempo è una griglia di lancette e ticchettii in cui il rincorrersi se è gioco è scacco scacco matto tic toc. Il clic dell’interruttore della luce quando la sera torniamo a casa. Il mazzo di chiavi. I piatti sporchi. Il drin del microonde il piatto è pronto i bicchieri la tavola imbandita. Le sedie di panni vestiti. La scala a chiocciola il quinto piano gli affanni e i sorrisi le chiavi il clic dell’interruttore della luce quando la sera torniamo a casa. Il caffè è pronto. Ma tu dormi. Dormi dormi ancora. Un anno è passato. Ma per te cui il tempo non esiste c’est moi que rêve).


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