Posts Tagged ‘bazin’

Recensioni: L’illusionista – Sylvain Chomet

28/12/2010

(In ascolto: Tango Apasionado – Astor Piazzolla)

Pubblicato su Lankelot, novembre 2010.

Autore nel 2003 di quel piccolo gioiello che è Les Triplettes de Bellevile (Appuntamento a Belleville), Sylvan Chomet per la sua opera seconda non cambia la modalità espressiva, quella del cinema di animazione, e rende omaggio ad uno dei personaggi più originali del cinema francese, quel Jacques Tati autore di quella esilarante e malinconica maschera che era Monsieur Hulot, protagonista di pellicole come Mon Oncle (Mio Zio), premio Oscar per il miglior film straniero nel 1958. L’illusionista è infatti una sceneggiatura dello stesso Tati, scritta l’indomani di Mon Oncle e rimasta inedita fino ad oggi. Dopo aver visto la prima pellicola di Chomet (nella quale era presente più di un omaggio all’opera di Tati), la figlia di Jacques, Sophie Tatischeff, ha pensato di affidare la realizzazione di questo progetto allo stesso Chomet. In un periodo in cui l’entusiasmo degli spettatori per la settima arte è sempre più (definitivamente?) attratto dalla cultura hollywodiana dell’immagine spettacolarizzata rappresentata ora dal 3D ora dalle immagini digitali Disney-Pixar, non può non destare ammirazione e viva commozione il susseguirsi di ogni singolo fotogramma di quest’opera, in cui ai pixel si preferisce il tratto disegnato. Perché il cinema d’animazione non è un semplice genere cinematografico, ma un vero e proprio modo di vedere il mondo. È una visione, come Miyazaki da più di trent’anni ci insegna con i suoi film. Ed è la modalità espressiva che oggi, essendo diventata la più desueta, maggiormente è in grado di mostraci la magia – è il caso di dirlo – del cinema. Quella magia in grado di provocare entusiasmi e meraviglie così affini ai moti dell’animo propri dell’infanzia. E non è un caso che l’incipit del film inneschi un semplice ma ben marcato rapporto di metacinematografia, con lo schermo che mostra un cinema nel quale si sta per proiettare un film: L’illusionista. (more…)

Recensioni: Be Kind Rewind (Gli acchiappafilm) – Michel Gondry

11/12/2009

(In ascolto: Unspeakable – Arca)

Pubblicato su Lankelot, dicembre 2009.


Il cinema di Michel Gondry ha rappresentato sin dal suo esordio dietro la macchina da presa una delle forme più autentiche di resistenza culturale, prima trasformando il videoclip da accessorio puramente commerciale in qualcosa con una propria dignità artistica, poi realizzando una serie di film in netto contrasto con la debordante spettacolarizzazione delle immagini propria del cinema di Hollywood, sostituendo all’effetto scenico digitale, quello artigianale carico della creatività – questa sì debordante – propria dell’infanzia. L’e(s)tica di Gondry è debitrice di quella propria dei grandi registi della Nouvelle Vague, che partendo dalle esperienze di Rossellini s’inventarono un cinema “povero” se paragonato a quello dei grandi studios americani, ma che faceva della povertà dei mezzi non un limite, bensì il campo entro cui giocare la propria partita. E fu questo il modo in cui il cinema fu reinventato. Reinventare il cinema. È questo il concetto alla base di Be Kind Rewind, l’ultima pellicola di Gondry. Così come nel precedente The Science of Sleep reinventava il mondo con i colori propri del sogno, in Be Kind Rewind il cinema è reinventato con i colori propri della memoria, dei ricordi. Più propriamente con i colori dell’immaginario collettivo, di cui quello cinematografico è sicuramente il serbatoio più carico. Il soggetto del film sembra provenire direttamente dagli anni ’80; con ogni probabilità è il film che John Landis ha sempre sognato di realizzare: nel tentativo di sabotare la centrale elettrica della città (Passaic, New Jersey) Jerry (Jack Black) viene colpito da una scarica elettrica che lo rende una fonte elettromagnetica in grado di smagnetizzare tutte le Vhs del videonoleggio dell’amico Mike (Mos Def). Da quel momento in poi i due saranno costretti a girare nuovamente intere sequenze dei film richiesti a nolo e che incredibilmente incontrano il favore di tutta la comunità cittadina, che sembra svegliarsi dal torpore tipico della periferia americana.

Uno dei personaggi più splendidamente caratterizzati è quello interpretato da Mia Farrow, che sembra quasi essere la copia carbone di quello interpretato vent’anni prima in uno dei film più appassionati di Woody Allen, La rosa Purpurea del Cairo, altra pellicola che dichiarava tutto il proprio smoderato amore nei confronti della settima arte nel tentativo in cui cercava di applicare quel bellissimo postulato di Andrè Bazin secondo cui «il cinema sostituisce al nostro sguardo il mondo che desideriamo». Perché Be Kind Rewind è un vero e proprio atto d’amore per il cinema nella sua integralità, come testimonia la scelta dei film reinventati: dai blockbuster cult (Ghostbusters e Ritorno al Futuro) al film d’autore (2001 Odissea nello spazio) passando per il cinema di animazione (Il Re Leone, che nel film viene considerato reinterpretazione delle tragedie shakespeariane!). Be Kind Rewind è un film che mette in scena la “magnifica ossessione” caricandola dell’intensità dello stupore infantile. Stupore che ritroviamo nelle immagini finali nei volti meravigliati e carichi di commozione dei cittadini di Passaic, che traducono il grande sogno di un cinema come epopea collettiva  e dell’arte quale fenomeno civilizzatore. Perché, riprendendo una delle battute più belle del film, «la vita senza civiltà è brutale, cattiva, corta».

Giovanni di Benedetto.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: