Posts Tagged ‘bob dylan’

Recensioni: Yonder is the Clock – The Felice Brothers

29/07/2009

(In ascolto: Ambulance Man – The Felice Brothers)

Pubblicato su Lankelot, luglio 2009.

Quella dei fratelli Felice, Simone, Ian e James, sembra essere la più tipica delle storie americane, quelle che si incontrano tra le pagine dei libri di Jack London e Jack Kerouac. Storie fatte di polvere e asfalto e musica. Tre fratelli nati nello stato di New York, lungo le rive del fiume Hudson, con una tYonder is the clockipica attitudine da hobo che li ha portati fin da giovani in giro per le vecchie highways americane, sporche di polvere e benzina e musica. Perché la lingua americana non è fatta di suoni – quello è inglese; la lingua americana è fatta di storie. Storie depositate al margine della strada, dove non crescono i fiori. E quando queste storie sono colte dai musicisti, prendono il nome di blues, di folk, di country. Qualcosa di più che semplici etichette che indicano un genere musicale, qualcosa che ha a che fare con l’anima ed il modo si sentirsi e stare al mondo.

Yonder is the Clock è un’espressione presa dalle pagine di Mark Twain, l’autore di quello che secondo Hemingway era il libro dal quale è nata tutta la letteratura americana, Huckleberry Finn. Perché, nel caso non si fosse capito dalle battute iniziali di questa recensione, questo è un album di musica americana dalla prima all’ultima nota, che ben poco si lascia andare alle fascinazioni melodiche d’oltremanica. Siamo più vicini ai territori dei Wilco di Being There che di Summerteth, per intenderci.

Rispetto al folgorante esordio del 2007, Tonight at the Arizona, gli arrangiamenti sono più ricchi ma pur sempre soggetti ad una chiara filosofia lo-fi. Pur mantenendo infatti la loro veste essenzialmente acustica, molte canzoni presentano bellissimi ricami di fisarmonica (Ambulance Man), pianoforte (la struggente Sailor Song, ispirata ai racconti melvilliani), trombe e hammond, e nelle canzoni più veloci (Penn Station, Chicken Wire e l’irresistibile Run Chicken Run), un violino che sembra portare l’ascoltatore direttamente tra la folla del Newport Folk Festival. Il mood dell’album è piuttosto malinconico. Una malinconia però, prettamente americana e distante dallo spleen europeo. È la malinconia tipica dei buskers e degli hobos, qualcosa che ha le necessità di essere cantato per essere compreso. Quello che ne segue è la presenza quasi totale all’interno del disco di struggenti ballads che si alternano tra waltzer e nenie tipicamente folk, come l’incipit del disco, The Big Surprise, che pure presenta delle deviazioni da quello che è propriamente il canone folk, con alcuni effetti rumoristici affidati alle incursioni della batteria. Rispetto all’album d’esordio, si evidenzia infatti una maggiore maturità artistica che dimostra l’inizio di una ricerca musicale più personale, capace di districarsi con abilità all’interno di un genere tradizionale (e conservatore) come la musica folk. Personalità che però non è da confondersi con originalità. Chi dalla musica infatti si attende sempre un qualche elemento di innovazione o di sperimentazione, è bene che stia alla larga da questo album. Sebbene siano tutte aspettative lecite, dagli anni ’90 in poi si è abusato troppo spesso della nozione di “sperimentale” e “innovativo” per distinguere la buona musica dalla cattiva. Personalmente, ritengo che attualmente, in un mercato saturo come quello musicale, dove l’offerta grazie ad internet è praticamente sconfinata, l’unica vero fattore che dovrebbe fare da cernita sia la sincerità, l’onestà o comunque, qualcosa che abbia a che fare con il concetto di purezza artistica. Qualcosa di cui spesso la musica inglese ha fatto volentieri a meno, mentre quella americana, proprio per il fatto di essere espressione dell’anima di un popolo, ha custodito gelosamente. Il rischio di una scelta del genere è quella di vedere relegato questo splendido album all’interno dei confini della musica di genere, tra le  mura di un ghetto dalle pareti colme dei poster e dei fantasmi di Woody Guthry, Pete Seeger, Johnny Cash e ovviamente il solito Dyaln, col suo ghigno sornione e beffardo, sempre sull’orlo di prenderti per il culo. Eppure, il fatto di suonare come classici non dovrebbe essere altro che indice della grande abilità dei Felice Brothers. La musica pop sembra essere l’unico tipo di arte per cui lo status di “classico” sembra essere un demerito. Eppure, finchè l’uomo avrà nelle mani una chitarra, o un’armonica, o il semplice battere del suo piede, queste canzoni esisteranno sempre. Perché, riprendendo una frase di Jean Cocteau, “queste storie non accadono mai. Sono sempre”.

Ma, fondamentalmente, c’è un semplice motivo per cui ascoltare Yonder is the Clock e tenerselo ben stretto nei mesi a venire: difficilmente troverete in questo 2009 un altro disco con una tale sequenza di belle canzoni. (more…)

Mixtape #1 – Acoustic Couch Vol.1: Noises from the Morning

03/07/2009
mixtape2

Acoustic Couch Vol.1: Noises from the Morning

(clicca qui per ascoltarla)

Una selezione di brani che comprende canzoni da ascoltare nel primo pomeriggio, mentre l’aroma del caffè ancora si sparge nell’aria. Canzoni quasi interamente acustiche, da ascoltare a basso volume, mentre fuori il giorno muore.

1. Bob Dylan – Posititively 4th Street (from the album “Bob Dylan’s Greatest Hits, 1967)

2. The Lemonheads – My Drug Buddy (from the album “It’s a Shame about Ray, 1992)

3. Cocoon – On the Way (from the album “My Friends All Died in a Plane Crash, 2008)

4. Devics – In Your Room (from the album “The Stars at Saint Andrea, 2003)

5. Elliot Smith – Let’s get Lost (from the album “From a Basement on the Hill, 2004)

6. Belle & Sebastian – Like Dylan on the Movies (from the album “If You’re Feeling Sinister, 1996)

7. Charlotte Gainsbourg – The Song that We Sing (from the album “5:55”)

8. Pearl Jam – Man of the Hour (from the album “Big Fish Ost”, 2003)

9. Bedouin Soundclash – 12:59 Lullaby (from the album “Street Gospels”, 2007)

10. Radiohead – Gagging Order (from the album “Go to Sleep cd single”, 2003)

11. Mojave 3 – Between the Bars (from the album “Spoon and Rafter”, 2003)

Per ascoltarla, clicca qui.

In ascolto: In the Aeroplane Over the Sea – Neutral Milk Hotel

07/06/2009

(In ascolto: Oh Comely – Neutral Milk Hotel)

Questo è il disco che avrebbero potuto fare i Nirvana, o più probabilmente Kurt Cobain da solista, se quel 5 aprile del 1994 non avesse deciso di farla finita. Perchè questo In the Aeroplane Over the Sea è essenzialmente un disco grunge suonato da una band con un’insana passione per la musica folk e pin the aeroplane over the seaer Bob Dylan in particolare. Un disco capace di trasferire il furore punk delle chitarre elettriche sparate a mille da Cobain, in pochi accordi di chitarra acustica e semprattutto nel cantato disperato di Jeff Magnum, la cui bellezza della voce – spesso ai limiti della stonatura – proprio come accadeva per Cobain, è tutta nell’intensità e nel modo in cui sembra essere un tutt’uno con le parole dei testi. Una voce che è pura “espressione”, che non soggiace ai limiti della tradizione folk e li scardina dall’interno. Anche il resto della band, formata oltre che da Magnum da Julian Koster, Scott Spillane e Jeremy Barnes, dimostra una notevole personalità, inserendo sopra i pattern acustici di Magnum, talvolta elementi noise vicini alle prime prove dei Teenage Fanclub (band amatissima da Cobain, ndr), talvolta trombe dall’andamento funereo e lirico allo stesso tempo. Il tutto, con un talento innato per la melodia.

Un disco, In the Aeroplane Over the Sea, che la prossima ondata di revival degli anni ’90, tantissime band citeranno come proprio disco cult.

Video: (more…)

Oggi in radio

06/04/2009

(In ascolto: Vedrai vedrai – Luigi Tenco)

Oggi è stata veramente una diretta molto intensa, quella con Savio. Un’ occasione, quella offerta dal tema (musica e poesia), per poter passare in radio brani come Canzone per te, Arrivederci, Ritornerai, Il suonatore Jones, La cura e Vedrai vedrai, ma anche I want you di Bob Dylan e Hey, that’s no way to say goodbye di Leonard Cohen. Un’occasione per poter strillare davanti al microfono i versi de L’urlo di Ginsberg. Insomma, mi sono sentito a casa.

25 dischi

02/04/2009

collage-25-dischi

(In ascolto: Beyond here lies nothin’ – Bob Dylan)

Qualche giorno fa mi è stato chiesto di fare una di quelle classifiche in cui scegliere i propri dischi preferiti. E, da buon appassionato di Top 5 in stile Alta Fedeltà, ho pensato bene di farla. Anche perchè di solito si fa una Top ten, poi stop. Invece, 25, è un numero strano, quindi vada per questa classifica. Anche perchè, scambiarsi i dischi della propria vita, è il modo più veloce presentarsi. Andrebbero stampati sulla carta d’identità, cazzo.

Blonde on Blonde – Bob Dylan (1966)

Songs of Leonard Cohen – Leonard Cohen (1967)

Another Green World – Brian Eno (1975)

Wish You Were Here – Pink Floyd (1975)

You Must Believe in Spring – Bill Evans (1977)

Closer – Joy Division (1980)

Pornography – The Cure (1982)

Secrets of the Beehive – David Sylvian (1987)

(more…)

Ready to go.

01/04/2009

collage

In ascolto: All apologies – Nirvana

E così sono giunto a 6. La prima volta che ho aperto un blog era il 2004 credo, si chiamava Heartland ed era il posto su cui pubblicavo le mie prime poesie. E’ andata avanti per quattro anni circa, poi la parola poetica è venuta meno, e con essa il blog. Ma altri ne erano nati nel frattempo. Qualcuno è ancora attivo, ormeggiato senza custode nel cyberspazio. Un altro è sospeso, ed è stato il progetto che fino ad ora mi ha dato più soddisfazione. Spero di riprenderlo un giorno. Un ultimo è in fase di progettazione, e sarà una cosa collettiva.

Perchè dunque un nuovo blog? Semplice. Inizialmente, questo blog doveva chiamarsi My Room, come un format che avevo ideato e mai realizzato. In pratica parlare delle varie cose che compongono il proprio personale tempio, quello inviolabile dove anche i genitori devono bussare prima di entrare, quello dove le immagini votive sono quelle dei poster di Bob Dylan o Chet Baker, quello in cui il proprio altare è la mensola con sopra i libri e i dischi della propria vita, quello in cui si è certi che un rantolo divino non potrebbe che uscire dal proprio stereo. Cose così. Ecco, è di cose come queste che si parlerà.

Benvenuti.

p.s. Adesso si chiama My desk, perchè la scrivania è la parte della stanza dove le cose sono sempre transitorie e in movimento, sempre in divenire. In continuo aggiornamento. Come dovrebbe essere un blog. Insomma, un buon proposito per non parlare di questo al passato, nel prossimo.

Giovanni.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: