Posts Tagged ‘cèline’

In lettura: Fame – Knut Hamsun

19/08/2009

(In ascolto:  Town With No Cheer – Tom Waits)

Mi è piaciuto molto. Però non mi ha sconvolto, ecco. Non sono riuscito ad entrare in empatia con il protagonista, incredibilmente nevrastenico. Nelle prime due parti l’altenarsi di collera (in questi casi mi ha ricordato Bardamu e il Voyage) e misericordia mi ha un po’ spiazzato, a volte anche infastidito. Le ultime due parti, la quarta in particolare mi hanno appassionato di più.
Vi ho scorto all’interno, molte opere di altri autori, segno che l’opera è stata seminale. In particolare mi ha ricordato Le Notti Bianche, con un sentimento però molto più novecentesco, nonostante sia del 1890. (va detto però che rispetto a Le Notti Bianche, mi è piaciuto molto di più). In un certo senso è una di quelle opere che segna la fine della grande stagione romantica a fa da preludio al ‘900. Sono espressi cioè sentimenti e condizione di stare al mondo tipicamente novecentesca, con un linguaggio però ancora, in qualche modo, romantico. Le pagine successive al primo bacio con Ylalij, in particolare nella scena in cui a letto lui protende le braccia come per afferarla nel sogno mi hanno riportato indietro ad una pagina molto simile del Werther.
Oltre a Cèline per i motivi che ho detto prima, mi ha ricordato infine anche qualcosa di Martin Eden. Però trovo che Jack London abbia sviluppato in maniera più completa non solo la polemica sociale, ma anche quella del giovane emarginato che cerca di riscattarsi tramite la scrittura.

Approfondimenti: Lankelot.

Recensioni: L’odio – Mathieu Kassovitz

15/08/2009

(In ascolto: Des Armes – Noir Dèsir)

Pubblicato su Lankelot, agosto 2009.

C’è una capacità che andrebbe sempre riconosciuta al cinema francese, o meglio, all’industria cinematografica francese. Quella di costituire l’unica vera opposizione, l’unico tentativo di resistenza a quella imperante proveniente dall’America. Andrebbe riconosciuta la sua capacità di proporre un’offerta cinematografica a trecentosessanta gradi, che fugge quasi sempre all’appiattimento del cinema di genere, come è invece avvenuto in Italia dopo la fertile stagione neorealista. Stagione così fertile che ha segnato profondamente il modo di fare cinema in Italia, per cui – tranne alcune eccezioni ben isolate (ovviamente Fellini, ma anche Moretti e i più recenti Garrone e Sorrentino) – non si è mai riusciti a superare un modello che non ha saputo rinnovarsi e adattarsi ad un contesto sociale differente da quello in cui il neorealismo era nato. E a questa mancanza di rinnovamento si è aggiunta negli anni l’avanzata di quello standard televisivo che oggi ormai impera in ogni produzione nostrana. A questa regola hanno saputo invece sottrarsi una serie di registi in Francia in grado di proporre un’offerta diversificata, capace di spaziare dalla commedia (Jeunet, Klapish, Veber) al blockbuster (Besson), dal noir moderno (Audiard) al grottesco (Carax e Gondry), passando per l’animazione (Ocelot, Chomet) e il documentario (Jaquet) per non parlare dell’ecletticità di un autore come Patrice Leconte. Il tutto sempre rivendicando la dignità artistica del mezzo cinematografico, quella capacità che Andrè Bazin rivendicava al cinema di “sostituire al nostro sguardo il mondo che desideriamo”.

In questo prolifico filone di talentuosi registi d’oltralpe, parve inserirsi nel 1995 Mathieu Kassovitz con un’opera come La Haine che gli valse il premio per la miglior regia al 48° Festival di Cannes. Un film che lasciava intravedere per l’allora ventottenne Kassovitz una lunga e prolifica carriera. Ma, le opere successive dietro la macchina da presa hanno negli anni smentito clamorosamente tutte le buone promesse fatte nel 1995. Eppure, L’Odio, rimane ancora oggi un’opera dall’indiscutibile valore, estetico e sociale. Un film di denuncia che mostra la propria morale per contrasti, bagnandosi in un mondo amorale, in cui non vale più neanche la legge del più forte, ma quella del puro determinismo. Un film che agisce per simmetrie e per contrasti, come il bianco ed il nero del film, che nulla lascia allo spazio lirico delle immagini. L’estetica alla base del film è più vicina a quella di un autore letterario come Cèline che a quella di un Truffaut. La fotografia di Pierre Aim non estetizza, anzi, i bianchi e i neri rimarcano piuttosto le imperfezioni, ora i tratti ruvidi del profilo di Vincent Cassel ora le spigolosità delle geometrie architettoniche del paesaggio urbano della banlieu, così come i pieni e i vuoti di cui è composto lo stesso tessuto urbano. L’estetizzazione passa invece attraverso il montaggio, debitore dello stile di quella Nouvelle Vague di ritorno che era il New Cinema americano degli anni ’70, e dell’estetica del Martin Scorsese di Mean Street e Taxi Driver in particolare. C’è dunque un contrasto tra la resa naturalistica della fotografia e un montaggio estetizzante che potrebbe far storcere il naso a chi nei film di denuncia, o comunque di argomento sociale, pretende un taglio esclusivamente realistico e ai limiti dello stile documentario.

L’incipit del film segue proprio questa direzione: (more…)


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