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Ernesto Sabato (1911 – 2011)

01/05/2011

E’ morto nella notte una delle grandi figure della letteratura ispano-americana, Ernesto Sabato. Colpevole la nostra editoria, la sua opera, rispetto tanti altri scrittori sudamericani, in Italia è ancora troppo poco conosciuta. Mi auguro che la recente ristampa Einaudi del suo romanzo maggiore, Sopra eroi e tombe, possa essere solo l’inizio della sua riscoperta.

Su Nazione Indiana un appassionante articolo a  cura di Max Rizzante.

Su Cronache di lettura, scheda approfondita della sua opera a cura di Raul Schenardi.

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Grado zero: #3 (Valore esistenziale del tempo per Arturo Benedetti. Esempio n°2: arrivare tardi ad un appuntamento (cum excerpto).

09/03/2011

Per esemplificare al meglio il valore esistenziale del tempo, Benedetti ricorre ad una situazione-tipo quale quella di arrivare tardi ad un appuntamento, proemio di ogni appuntamento mancato. Gran appassionato del melodramma Benedetti è invece restio alle propensioni melodrammatiche, ragion per cui la situazione presa in esame è radicata nella più spicciola quotidianità ed è presa a prestito da un libro di Julio Cortàzar, Rayuela. Il dialogo in questione secondo Benedetti riassume perfettamente tutte quelle situazioni in cui un incidente X non ci porta a compiere un’azione desiderata Y in quel determinato momento Z. Arrivare tardi ad un appuntamento è questo: non riuscire a coniugare Y con Z. Troppo spesso si trascura il valore di Z. Senza Z per Benedetti Y neanche esisterebbe. Patologicamente affetto dalla nozione di “momento perfetto” Benedetti ha sempre amato il personaggio di Anny de La nausea di Sartre. Benedetti, pensava, o avrebbe fatto la fine di Anny o quella di Horacio Oliveira. Chissà. Chissà.

 

– Sarebbe meglio che tornassi a casa, – disse Talita, guardando affaticata Traveler.

– Prima devi dare l’erba a Oliveira, – disse Traveler.

– Non è più il caso, – disse Oliveira. – Comunque, lanci pure il cartoccio, per me è lo stesso.

Talita guardò prima l’uno e poi l’altro e restò immbile.

– Quanto è difficile capirti, – disse Traveler. – Tanta fatica e adesso salta fuori che mate più mate meno, per te è lo stesso.

– Le lancette hanno camminato, figliuolo, – disse Oliveira. – Tu ti muovi nella continuità del tempo-spazio con la lentezza di un verme. Pensa solo a tutto ciò che è accaduto da quando ti sei deciso ad andare a prendere quel panama scalcagnato. Il ciclo del mate si chiuse senza essere consumato, e frattanto qui fece il suo ingresso trionfale la sempre fedele Gekrepten, armata di arredi culinari. Siamo in zona caffelatte, niente da fare.

– Che ragionamenti, – disse Traveler.

– Non sono ragionamenti, sono dimostrazioni squisitamente oggettive. Tu tendi a muoverti nel continuo, come dicono i fisici, mentre io sono estremamente sensibile alla discontinuità vertiginosa dell’esistenza. In questo attimo il caffelatte irrompe, s’insedia, domina, si diffonde, si ripete reiteratamente in centomila famiglie. I mate sono stati lavati, ritirati, aboliti. Una zona temporale del caffelatte ricopre questo settore del continente americano. Pensa a tutto quel che implica e apporta questo. Madri amorose che istruiscono i loro pargoli sulla dietetica lattea, riunioni infantili attorno al tavolo del tinello, sulla cui parte superiore tutto è sorrisi e in quella inferiore calci e pizzicotti. Dire caffelatte in questo momento significa mutazione, convergenza gentile verso la fine della giornata, estratto conto delle buone azioni, delle azioni del portatore, situazioni transitorie, incerti proemi a ciò che le sei del pomeriggio, ora terribile di chiave nelle porte e corse all’autobus, concretizzano brutalmente. A quest’ora quasi nessuno fa l’amore, è prima o dopo. A quest’ora si pensa alla doccia (ma la faremo alle cinque) e la gente comincia a rimuginare le possibilità della notte, voglio dire se andrà a vedere Paulina Singerman o Toco Tarantola (ma non sappiamo ancora, c’è ancora tempo). Che rapporto c’è fra tutto ciò e l’ora del mate? Non ti parlo del mate preso male, sovrapposto al caffelatte, ma di quello autentico che io volevo, all’ora giusta, nel momento di maggior freddo. E queste cose non mi par proprio che tu le capisca sufficientemente.

 

Grado zero: #2 (valore esistenziale del tempo per Arturo Benedetti. Esempio n°1: perdere un treno.

02/02/2011

L’orologio di Arturo Benedetti, un Omega Seamaster del 1967, porta cinque minuti avanti (un’ora e cinque minuti avanti considerando il meridiano di Greenwich). In questo modo, pensa Arturo Benedetti, si è sempre almeno cinque minuti in anticipo. In questo modo, pensa Arturo Benedetti, si evita la frustrazione delle seguenti situazioni:

A) perdere un treno;

B) arrivare tardi ad un appuntamento;

C) arrivare tardi ad un appuntamento con una donna.

Queste in definitiva le situazioni frustranti che per Arturo Benedetti meritano davvero una narrazione, essendo queste le situazioni in cui il fattore temporale gioca un effettivo ruolo di prim’ordine per le conseguenze esistenziali cui tali situazioni possono portare. Conseguenze che nel peggiore dei casi secondo Benedetti possono portare fino all’errore di credere in nozioni come “destino”, “fato” (comprende la variante iper-romantica “fato avverso”), “provvidenza” e altre metafisiche di questo genere. Secondo Arturo Benedetto di lì ad arrivare alla nozione di Dio il passo è breve. Per questo motivo ogni mattino Arturo Benedetti carica il suo vecchio orologio, un Omega Seamaster del 1967, mettendolo cinque minuti in avanti. In questo modo diminuisce in maniera esponenziale la possibilità che si verifichino le seguenti conseguenze esistenziali delle tre situazioni precedentemente riportate: (more…)

Grado zero: #1 (Incipit quotidiani di Arturo Benedetti)

29/01/2011

 

Distingue lo svegliarsi dal levarsi e ciò gli provoca un certo malumore sin dalle prime ore del mattino. O del pomeriggio, dipende. Se la sveglia lo sveglia alle otto e trenta (AM) Arturo Benedetti si leva alle nove e trenta (am). Nessuna legge morale e nessuna estetica dietro al suo gesto. Ha dei valori e crede in alcune cose. Tra queste cose non rientrano né dio né la psicologia, dunque difficile catalogare questo suo gesto del distinguere il valore semantico ed esistenziale della coppia di termini svegliarsi/levarsi tra la serie delle manie compulsive. Difficile anche considerarlo la conseguenza di una società capitalistica in cui il rapporto produzione-desiderio richiede un protrarsi indeterminato ed indefinito di quest’ultimo. Dunque è scorretto l’utilizzo dell’espressione “Arturo Benedetti rimanda la sveglia di un’ora”. Arturo Benedetti si leva dopo un’ora dalla sveglia. Questa la corretta formulazione. Utile appunto dal momento che Arturo Benedetti sprezza alquanto l’uso delle metafore nel linguaggio quotidiano e vigila attentamente il suo registro orale affinché in esso non si manifesti neppure l’ombra di un utilizzo figurato del linguaggio. Arturo Benedetti ritiene che si possa fare un’eccezione giusto per la similitudine. Ma non si colga tale affermazione come una concessione al suo rigore intellettuale. Arturo Benedetti ritiene che si possa utilizzare la similitudine nel linguaggio quotidiano semplicemente perché disprezza l’uso di questa all’interno del registro poetico. La similitudine può rientrare nella conversazione quotidiana perché è uno scarto. Arturo Benedetti non legge poesie che contengono similitudini. Un “come” improvviso in un endecasillabo gli rovina l’intera giornata. Talvolta anche quella seguente. Arturo Benedetti è un poeta.

 

Videoteque: I(not)Pad

20/01/2011

Lisbona. Una storia.

16/01/2011

Interno di caffè, sera d’inverno.

Le serrande s’arrendono alla sera che tarda.

Solito posto, accanto la finestra:

scorgo la strada, non fai ritorno.

La luce è fioca è triste è blanda

e il tram che sferraglia, ferisce e attraversa

il reticolo dei cavi e del silenzio intorno.

Una voce. Per un istante un’ombra riempie

la sedia innanzi vuota. Una volta era tua.

E’ il cameriere.

– Desidera ?

– Un caffè.

La sera vado a letto presto.

Segnalazioni: L’ultimo metro – Giovanni di Benedetto

08/01/2010
ISBN 978-88-7426-075-1
pp. 64, cm. 10×10
Prezzo di copertina: € 3,00

E’ da qualche giorno uscito per conto delle Edizioni Arpanet un mio volume, L’ultimo metro, vincitore dell’iniziativa editoriale Concepts Books. Il racconto è ispirato ad un romanzo di Jack London, Il vagabondo delle stelle (Adelphi). Questa la nota di copertina:

Darrel Standing, il protagonista de Il vagabondo delle stelle, è un condannato a morte. Nella sua tre per due nel carcere di San Quentin viene regolarmente sottoposto alla tortura della camicia di forza. Ma Darrel Standing è un uomo dalla disperata vitalità, e in quella condizione tragica, con feroce autodisciplina, riesce a trasfrormarsi in un moderno sciamano che attraversa le barriere del tempo come muri di carta. E’ così che torna a vivere le sue vite precedenti. Il suo è un viaggio verso l’eterno ritorno, alla sua condizione prenatale. Dovete immaginarvelo, Darrel Standing, legato nella sua camicia di forza. Immobile, i muscoli paralizzati.

La sua storia ha rappresentato il vero e proprio nucleo attorno al quale è nato il mio racconto. Il protagonista de L’ultimo metro viene aggredito da alcuni ragazzi e durante lo scontro, perdendo l’equilibrio, ricade sulla propria schiena spezzandosi la spina dorsale. Come Darrel Standing è costretto all’immobilità. E, come il protagonista del libro di Jack London, l’unica cosa che può fare è un unico movimento: aprire e chiudere gli occhi. E ricordare. Solo questo.

***

Incipit

File disordinate di macchine che girano a destra o sinistra; alcune proseguono dritte, aspettando anche loro la strada divenire curva, e poi di nuovo dritte, fino alla fine, quando la strada diviene silenzio. Lungo i viali, gli alberi guardano distanti lo spettacolo rappresentarsi senza alcun attore, immersi in un silenzio come quello che precede i riti sacri, come attendendo un rantolo di Dio. Dio non risponde, e lo spettacolo prosegue, ogni giorno senza alcun bis. In lontananza la Tour Eiffel, guarda la sua sposa rivestirsi di un manto di luci, lasciando scoperto il tratto che dal collo arriva fino al basso ventre, il tratto ornato dalla Senna. Il vento soffia da est, e quel che rimane del manto primaverile dei fiori si disperde nell’aria, divenendo profumo o cenere, o profumo e cenere insieme.

All’angolo di Rue de Malte, una bambina stringe nella mano quella di sua madre che stringe nell’altra una sigaretta, ma ancora per poco, dieci passi, e la sigaretta diviene cenere che brucia sul marciapiede di Place de la Republique. Il semaforo è verde, una Renault del ’79 per poco non investe un cane, che abbaiando raggiunge il lato opposto della strada, spaventando una bambina che stringe nella mano quella di sua madre. La madre accarezza la figlia, che si strofina l’occhio destro fermando la lacrima che stava per scendere; quindi proseguono. Il cane ha smesso di abbaiare, il semaforo è di nuovo verde e la Renault del ’79 imbocca la curva che immette su Boulevard Voltaire.

D’improvviso, pioggia. I camerieri dei cafè si agitano, sgombrano i dehors e ricevono le mance di chi decide di correre via. L’entrata della metro di Republique si orna di venditori di ombrelli da due soldi come mercanti nel Tempio che spacciano fede. I turisti con le loro enormi valige attendono che la pioggia cessi, ma la pioggia non cessa e corrono via, con i loro ombrelli da due soldi che il vento, al prossimo isolato avrà già reso spazzatura. Dall’uscita di Rue Fabourg du Temple, tre ragazzi sporchi di sangue escono ansimanti dal sottopassaggio e iniziano a correre, ognuno in una direzione diversa, fino a confondersi con la folla, mentre il sangue si confonde con la pioggia. Mezzanotte è passata. L’ultimo metro anche.

***

Il volume potrà essere ordinato direttamente dal sito internet della casa editrice, senza alcun costo aggiuntivo per le spese di spedizione, e a breve sarà presente in alcune librerie del centro storico di Napoli e delle maggiori città italiane. Se il volume non fosse disponibile nella vostra libreria di fiducia, potrete ordinarlo fornendo semplicemente al vostro libraio il codice ISBN del volume.

A breve organizzeremo delle serate evento e dei reading preparati per l’occasione. Per qualsiasi informazione, potete contattarmi al mio indirizzo e-mail, o sulla mia pagina di Facebook, o direttamente qui sul blog.

Giovanni di Bendetto.

Appunti #1

14/10/2009

Tedem ergo sum

“[…] ascoltavo i suoi canti melanconici, che mi ricordavano come in ogni paese il canto naturale dell’uomo è triste, anche quando vuole esprimere la felicità. Il nostro cuore è uno strumento imperfetto, una lira dove mancano delle corde, e su cui siamo costretti a rendere l’accento della gioia sulla tonalità consacrata ai sospiri”.

F. Renè de Chateaubriand, Renè, Garzanti, p.106.

In lettura: Fame – Knut Hamsun

19/08/2009

(In ascolto:  Town With No Cheer – Tom Waits)

Mi è piaciuto molto. Però non mi ha sconvolto, ecco. Non sono riuscito ad entrare in empatia con il protagonista, incredibilmente nevrastenico. Nelle prime due parti l’altenarsi di collera (in questi casi mi ha ricordato Bardamu e il Voyage) e misericordia mi ha un po’ spiazzato, a volte anche infastidito. Le ultime due parti, la quarta in particolare mi hanno appassionato di più.
Vi ho scorto all’interno, molte opere di altri autori, segno che l’opera è stata seminale. In particolare mi ha ricordato Le Notti Bianche, con un sentimento però molto più novecentesco, nonostante sia del 1890. (va detto però che rispetto a Le Notti Bianche, mi è piaciuto molto di più). In un certo senso è una di quelle opere che segna la fine della grande stagione romantica a fa da preludio al ‘900. Sono espressi cioè sentimenti e condizione di stare al mondo tipicamente novecentesca, con un linguaggio però ancora, in qualche modo, romantico. Le pagine successive al primo bacio con Ylalij, in particolare nella scena in cui a letto lui protende le braccia come per afferarla nel sogno mi hanno riportato indietro ad una pagina molto simile del Werther.
Oltre a Cèline per i motivi che ho detto prima, mi ha ricordato infine anche qualcosa di Martin Eden. Però trovo che Jack London abbia sviluppato in maniera più completa non solo la polemica sociale, ma anche quella del giovane emarginato che cerca di riscattarsi tramite la scrittura.

Approfondimenti: Lankelot.

In lettura: Addio alle armi – Ernest Hemingway

19/06/2009

(In ascolto: Dance Me to the End of Love – Leonard Cohen)

Pubblicato su Lankelot, giugno 2009.

Sono tanti i motivi per cui amo Hemingway. Per quella sua incredibile capacità di rendere interessante la più semplice quotidianità, quella fatta di intere giornate passate nei caffè e nei bistrot parigini bevendo vino, con accanto a sè, il suo taccuino dove registrare la vita intorno. Per quella sua capacità di renderti familiari quei luoghi, senza che tu vi abbia mai messo piede. Come accade nella Parigi descritta in Festa Mobile, dove le vie, i boulevard e le pareti dei numerosi locali frequentati, sono dei veri e propri personaggi. Amo Hemingway per quel modo così struggente di far parlare i suoi personaggi con parole che sembrano sempre essere le ultime, quelle definitive e per i modi in cui questi personaggi spesso si dicono addio. Amo Hemingway perchè il suo linguaggio è diretto, spietato e sincero.  Preciso come il colpo di un pugile. E come un pugno nello stomaco a distanza di qualche giorno continua a far male. Amo Hemingway per la dignità dei suoi personaggi, per il modo in cui essi soccombono stoicamente ai colpi avversi della sorte,  guardando sempre negli occhi, la morte.

Addio alle armi, riassume un po’ tutti questi elementi. C’è la guerra, c’è l’amore, c’è il vino, c’è il calore degli ambienti chiusi e il freddo degli spazi aperti, in cui la natura – come sempre accade in Hemingway – funge da cassa di risonanza esterna dei moti del suo animo. C’è la pioggia, tanta pioggia a bagnare il capo del protagonista, il tenente Frederic Henry. Una pioggia che vorrebbe cristianamente purificare le sorti dei personaggi, ma che non fa altro che infangarli ulteriormente. Dalla melma si nasce e nella melma si muore. Addio alle armi è come una poesia dell’Ungaretti de L’Allegria, in cui la guerra è un’immensa, terribile scenografia sulla quale gli attori recitano i propri silenziosi soliloqui, come preghiere inascoltate. Come quella che Frederic recita nelle pagine finali del romanzo, in cui si compie l’amara profezia meditata in uno dei momenti del romanzo in cui la felicità pur sembra essere lontana solo un palmo di mano: “Se qualcuno riesce ad essere così forte, il mondo può solamente ucciderlo per spezzarlo, e naturalmente lo fa. Non c’è nessuno che il mondo non spezzi, molti poi si rafforzano nel punto dove sono stati spezzati. Quelli che non si spezzano altrimenti il mondo li uccide. Con imparzialità uccide chi ha troppa forza nella bontà o nella gentilezza o nel coraggio”. E, come in Ungaretti, lo stile, la forma, la semplice parola diviene come una pennellata di un quadro espressionista. Puro colore che ha la propria forma in sè stesso e non nelle linee che ne individuano il contorno. Una parola, tutta volta a sondare i moti dell’animo. E ciò, sorprende, non essendo di certo Hemingway uno scrittore che privilegia la psicologia dei personaggi. Ed è tutta qui la sua abilità, riuscire ad ottenere con mezzi diversi ciò che la tradizione letteraria ha codificato in altro modo. Affidando la maggior parte delle emozioni, alle cose non dette e a quelle lasciate in sospeso. Giocare di sottrazione con se stesso prima ancora che con il lettore, essendo la sua letteratura sempre rivisitazione di proprie esperienze vissute (“scrivere di ciò che si conosce meglio”, questo consigliava ai giovani scrittori Hemingway, in una famosa intervista di George Plimpton). La “Teoria dell’Iceberg” prima ancora che un vademecum che ogni scrittore dovrebbe conoscere a memoria, è una vera e propria espressione della sua personale visione del mondo. Qualcosa da considerare alla stregua di una confessione diaristica. C’è un capitolo, il XXII, in cui Frederic, dopo la lunga degenza dovuta alle sue ferite di guerra, deve ripartire nuovamente per il fronte, e con Catherine si concede un’ultima passeggiata per le vie di Milano. In questa che potrebbe essere la parte in cui ogni scrittore potrebbe lasciarsi andare al più blando romanticismo, Hemingway riesce, con rigido controllo, a scrivere delle pagine autenticamente struggenti, in cui il lettore è tutto proteso a cogliere la felicità dei due amanti presi nei loro movimenti più semplici e quotidiani, quali una passeggiata in una Milano notturna mai così calda e affascinante nonostante la pioggia e la nebbia, e una cena consumata in una stanza d’albergo vicino alla stazione ferroviaria, dove Frederic dovrà prendere il suo treno che lo riporterà nell’inferno del fronte. Pagine scandite da una felicità fatta di piccoli gesti e dal rintocco delle parole “E’ quasi d’ora d’andare”, a ricordare, se mai ce ne fosse bisogno, la fragilità di cui è fatta la felicità, sempre inseguita dal tempo che scorre, come recitano anche i versi di una poesia di Marvell inserita nel testo e citata da Frederic: “E sempre odo dietro di me/Il cocchio alato del tempo che incalza veloce”. Una felicità, che i due amanti, dopo la fuga di Frederic dal fronte in seguito alla disfatta di Caporetto, riescono per alcuni capitoli a vivere interamente, in pagine tutte protese a seguire i loro dialoghi, i loro sogni, le loro speranze. Una felicità che nel capitolo finale velocemente va in cancrena, mutilando di colpo le parole dei due amanti, in un congedo che ha il solo rumore della pioggia che cade. Senza alcuna benedizione.


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