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Glosse

24/03/2013

Asterischi

note a piè di pagina

orecchiette ai margini

e mille e più incerti

ghirigori di grafite:

scritture rupestri

testimonianze

di un’antica civiltà

ed epoche trascorse

tra le quali, forse,

la mia.

(La dedica sul frontespizio

riporta il mio nome

una data

e un altro nome che ora non ricordo).

Glosse

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Videoteque: I(not)Pad

20/01/2011

Segnalazioni: L’ultimo metro – Giovanni di Benedetto

08/01/2010
ISBN 978-88-7426-075-1
pp. 64, cm. 10×10
Prezzo di copertina: € 3,00

E’ da qualche giorno uscito per conto delle Edizioni Arpanet un mio volume, L’ultimo metro, vincitore dell’iniziativa editoriale Concepts Books. Il racconto è ispirato ad un romanzo di Jack London, Il vagabondo delle stelle (Adelphi). Questa la nota di copertina:

Darrel Standing, il protagonista de Il vagabondo delle stelle, è un condannato a morte. Nella sua tre per due nel carcere di San Quentin viene regolarmente sottoposto alla tortura della camicia di forza. Ma Darrel Standing è un uomo dalla disperata vitalità, e in quella condizione tragica, con feroce autodisciplina, riesce a trasfrormarsi in un moderno sciamano che attraversa le barriere del tempo come muri di carta. E’ così che torna a vivere le sue vite precedenti. Il suo è un viaggio verso l’eterno ritorno, alla sua condizione prenatale. Dovete immaginarvelo, Darrel Standing, legato nella sua camicia di forza. Immobile, i muscoli paralizzati.

La sua storia ha rappresentato il vero e proprio nucleo attorno al quale è nato il mio racconto. Il protagonista de L’ultimo metro viene aggredito da alcuni ragazzi e durante lo scontro, perdendo l’equilibrio, ricade sulla propria schiena spezzandosi la spina dorsale. Come Darrel Standing è costretto all’immobilità. E, come il protagonista del libro di Jack London, l’unica cosa che può fare è un unico movimento: aprire e chiudere gli occhi. E ricordare. Solo questo.

***

Incipit

File disordinate di macchine che girano a destra o sinistra; alcune proseguono dritte, aspettando anche loro la strada divenire curva, e poi di nuovo dritte, fino alla fine, quando la strada diviene silenzio. Lungo i viali, gli alberi guardano distanti lo spettacolo rappresentarsi senza alcun attore, immersi in un silenzio come quello che precede i riti sacri, come attendendo un rantolo di Dio. Dio non risponde, e lo spettacolo prosegue, ogni giorno senza alcun bis. In lontananza la Tour Eiffel, guarda la sua sposa rivestirsi di un manto di luci, lasciando scoperto il tratto che dal collo arriva fino al basso ventre, il tratto ornato dalla Senna. Il vento soffia da est, e quel che rimane del manto primaverile dei fiori si disperde nell’aria, divenendo profumo o cenere, o profumo e cenere insieme.

All’angolo di Rue de Malte, una bambina stringe nella mano quella di sua madre che stringe nell’altra una sigaretta, ma ancora per poco, dieci passi, e la sigaretta diviene cenere che brucia sul marciapiede di Place de la Republique. Il semaforo è verde, una Renault del ’79 per poco non investe un cane, che abbaiando raggiunge il lato opposto della strada, spaventando una bambina che stringe nella mano quella di sua madre. La madre accarezza la figlia, che si strofina l’occhio destro fermando la lacrima che stava per scendere; quindi proseguono. Il cane ha smesso di abbaiare, il semaforo è di nuovo verde e la Renault del ’79 imbocca la curva che immette su Boulevard Voltaire.

D’improvviso, pioggia. I camerieri dei cafè si agitano, sgombrano i dehors e ricevono le mance di chi decide di correre via. L’entrata della metro di Republique si orna di venditori di ombrelli da due soldi come mercanti nel Tempio che spacciano fede. I turisti con le loro enormi valige attendono che la pioggia cessi, ma la pioggia non cessa e corrono via, con i loro ombrelli da due soldi che il vento, al prossimo isolato avrà già reso spazzatura. Dall’uscita di Rue Fabourg du Temple, tre ragazzi sporchi di sangue escono ansimanti dal sottopassaggio e iniziano a correre, ognuno in una direzione diversa, fino a confondersi con la folla, mentre il sangue si confonde con la pioggia. Mezzanotte è passata. L’ultimo metro anche.

***

Il volume potrà essere ordinato direttamente dal sito internet della casa editrice, senza alcun costo aggiuntivo per le spese di spedizione, e a breve sarà presente in alcune librerie del centro storico di Napoli e delle maggiori città italiane. Se il volume non fosse disponibile nella vostra libreria di fiducia, potrete ordinarlo fornendo semplicemente al vostro libraio il codice ISBN del volume.

A breve organizzeremo delle serate evento e dei reading preparati per l’occasione. Per qualsiasi informazione, potete contattarmi al mio indirizzo e-mail, o sulla mia pagina di Facebook, o direttamente qui sul blog.

Giovanni di Bendetto.

In lettura: Fame – Knut Hamsun

19/08/2009

(In ascolto:  Town With No Cheer – Tom Waits)

Mi è piaciuto molto. Però non mi ha sconvolto, ecco. Non sono riuscito ad entrare in empatia con il protagonista, incredibilmente nevrastenico. Nelle prime due parti l’altenarsi di collera (in questi casi mi ha ricordato Bardamu e il Voyage) e misericordia mi ha un po’ spiazzato, a volte anche infastidito. Le ultime due parti, la quarta in particolare mi hanno appassionato di più.
Vi ho scorto all’interno, molte opere di altri autori, segno che l’opera è stata seminale. In particolare mi ha ricordato Le Notti Bianche, con un sentimento però molto più novecentesco, nonostante sia del 1890. (va detto però che rispetto a Le Notti Bianche, mi è piaciuto molto di più). In un certo senso è una di quelle opere che segna la fine della grande stagione romantica a fa da preludio al ‘900. Sono espressi cioè sentimenti e condizione di stare al mondo tipicamente novecentesca, con un linguaggio però ancora, in qualche modo, romantico. Le pagine successive al primo bacio con Ylalij, in particolare nella scena in cui a letto lui protende le braccia come per afferarla nel sogno mi hanno riportato indietro ad una pagina molto simile del Werther.
Oltre a Cèline per i motivi che ho detto prima, mi ha ricordato infine anche qualcosa di Martin Eden. Però trovo che Jack London abbia sviluppato in maniera più completa non solo la polemica sociale, ma anche quella del giovane emarginato che cerca di riscattarsi tramite la scrittura.

Approfondimenti: Lankelot.

In lettura: Addio alle armi – Ernest Hemingway

19/06/2009

(In ascolto: Dance Me to the End of Love – Leonard Cohen)

Pubblicato su Lankelot, giugno 2009.

Sono tanti i motivi per cui amo Hemingway. Per quella sua incredibile capacità di rendere interessante la più semplice quotidianità, quella fatta di intere giornate passate nei caffè e nei bistrot parigini bevendo vino, con accanto a sè, il suo taccuino dove registrare la vita intorno. Per quella sua capacità di renderti familiari quei luoghi, senza che tu vi abbia mai messo piede. Come accade nella Parigi descritta in Festa Mobile, dove le vie, i boulevard e le pareti dei numerosi locali frequentati, sono dei veri e propri personaggi. Amo Hemingway per quel modo così struggente di far parlare i suoi personaggi con parole che sembrano sempre essere le ultime, quelle definitive e per i modi in cui questi personaggi spesso si dicono addio. Amo Hemingway perchè il suo linguaggio è diretto, spietato e sincero.  Preciso come il colpo di un pugile. E come un pugno nello stomaco a distanza di qualche giorno continua a far male. Amo Hemingway per la dignità dei suoi personaggi, per il modo in cui essi soccombono stoicamente ai colpi avversi della sorte,  guardando sempre negli occhi, la morte.

Addio alle armi, riassume un po’ tutti questi elementi. C’è la guerra, c’è l’amore, c’è il vino, c’è il calore degli ambienti chiusi e il freddo degli spazi aperti, in cui la natura – come sempre accade in Hemingway – funge da cassa di risonanza esterna dei moti del suo animo. C’è la pioggia, tanta pioggia a bagnare il capo del protagonista, il tenente Frederic Henry. Una pioggia che vorrebbe cristianamente purificare le sorti dei personaggi, ma che non fa altro che infangarli ulteriormente. Dalla melma si nasce e nella melma si muore. Addio alle armi è come una poesia dell’Ungaretti de L’Allegria, in cui la guerra è un’immensa, terribile scenografia sulla quale gli attori recitano i propri silenziosi soliloqui, come preghiere inascoltate. Come quella che Frederic recita nelle pagine finali del romanzo, in cui si compie l’amara profezia meditata in uno dei momenti del romanzo in cui la felicità pur sembra essere lontana solo un palmo di mano: “Se qualcuno riesce ad essere così forte, il mondo può solamente ucciderlo per spezzarlo, e naturalmente lo fa. Non c’è nessuno che il mondo non spezzi, molti poi si rafforzano nel punto dove sono stati spezzati. Quelli che non si spezzano altrimenti il mondo li uccide. Con imparzialità uccide chi ha troppa forza nella bontà o nella gentilezza o nel coraggio”. E, come in Ungaretti, lo stile, la forma, la semplice parola diviene come una pennellata di un quadro espressionista. Puro colore che ha la propria forma in sè stesso e non nelle linee che ne individuano il contorno. Una parola, tutta volta a sondare i moti dell’animo. E ciò, sorprende, non essendo di certo Hemingway uno scrittore che privilegia la psicologia dei personaggi. Ed è tutta qui la sua abilità, riuscire ad ottenere con mezzi diversi ciò che la tradizione letteraria ha codificato in altro modo. Affidando la maggior parte delle emozioni, alle cose non dette e a quelle lasciate in sospeso. Giocare di sottrazione con se stesso prima ancora che con il lettore, essendo la sua letteratura sempre rivisitazione di proprie esperienze vissute (“scrivere di ciò che si conosce meglio”, questo consigliava ai giovani scrittori Hemingway, in una famosa intervista di George Plimpton). La “Teoria dell’Iceberg” prima ancora che un vademecum che ogni scrittore dovrebbe conoscere a memoria, è una vera e propria espressione della sua personale visione del mondo. Qualcosa da considerare alla stregua di una confessione diaristica. C’è un capitolo, il XXII, in cui Frederic, dopo la lunga degenza dovuta alle sue ferite di guerra, deve ripartire nuovamente per il fronte, e con Catherine si concede un’ultima passeggiata per le vie di Milano. In questa che potrebbe essere la parte in cui ogni scrittore potrebbe lasciarsi andare al più blando romanticismo, Hemingway riesce, con rigido controllo, a scrivere delle pagine autenticamente struggenti, in cui il lettore è tutto proteso a cogliere la felicità dei due amanti presi nei loro movimenti più semplici e quotidiani, quali una passeggiata in una Milano notturna mai così calda e affascinante nonostante la pioggia e la nebbia, e una cena consumata in una stanza d’albergo vicino alla stazione ferroviaria, dove Frederic dovrà prendere il suo treno che lo riporterà nell’inferno del fronte. Pagine scandite da una felicità fatta di piccoli gesti e dal rintocco delle parole “E’ quasi d’ora d’andare”, a ricordare, se mai ce ne fosse bisogno, la fragilità di cui è fatta la felicità, sempre inseguita dal tempo che scorre, come recitano anche i versi di una poesia di Marvell inserita nel testo e citata da Frederic: “E sempre odo dietro di me/Il cocchio alato del tempo che incalza veloce”. Una felicità, che i due amanti, dopo la fuga di Frederic dal fronte in seguito alla disfatta di Caporetto, riescono per alcuni capitoli a vivere interamente, in pagine tutte protese a seguire i loro dialoghi, i loro sogni, le loro speranze. Una felicità che nel capitolo finale velocemente va in cancrena, mutilando di colpo le parole dei due amanti, in un congedo che ha il solo rumore della pioggia che cade. Senza alcuna benedizione.

Segnalazioni: Festa Mobile – Ernest Hemingway

04/06/2009

(In ascolto: Faith/Void – Bill Callahan)

Immaginate un romanzo in cui i protagonisti hanno i nomi di Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald, Sylvia Beach o Gertrude Stein. Immaginate un uomo che ricorda. E date ai ricordi di quest’uomo i nomi delle strade di Parigi. Infine date all’uomo il nome di Ernest Hemingway, e vi troverete tra le mani le pagine di Festa Mobile. Un libro che si lascia amare per la malinconia di un tempo perduto, e con ostinazione ritrovato. Se poi si è giovani, e si ha un’insana passione per la letteratura e la scrittura, questo libro, come Martin Eden di Jack London, diventerà una guida esistenziale.


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