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Report #2: 28.02.10 – The Mantra ATSMM live at Doria 83 (Na)

02/03/2010

Da sinistra: Adriana Salomone, Maurizio Oliviero, Salvio Sibillo, Davide "Hope" Famularo. Anteprima del video Septembers, diretto da Anton Octavian. (Per gentile concessione di RareNoiseRecords).

Vomero. Verrebbe da dire provincia di Napoli, invece di Napoli si tratta. Una serie di strade una uguale all’altra, senza alcuna possibilità di distinzione. Il ritratto dell’impersonalità urbana. Viene spontaneo tracciare un parallelismo con lo stile di un impiegato della Tecnocasa. Certo, c’è la Fnac, c’è Zara e qualche altro tempio dello shopping dal nome improbabile. Poca roba insomma. Una riproduzione kitsch in scala 1:100 dei boulevard parigini. Per fortuna i ragazzi del Doria 83 sanno distinguersi. Un po’ come il Castel Sant’Elmo, il locale di Via Doria rappresenta insieme agli storici locali del centro storico, uno dei fortini della scena musicale napoletana.

Dopo la serata in acustico al Mamamu, per i Mantra è nuovamente tempo di lucidare le chitarre elettriche e alzare il volume degli amplificatori. Ed è Davide quello che prende più alla lettera la questione. I primi tre-quattro pezzi della serata, infatti, nonostante gli accorgimenti in corso d’opera al banco mixer di Michele De Finis (mente de Il Vortice), soffrono di un cattivo setting dei vari strumenti, ed in particolare del basso, più volte in distorsione. Nonostante i problemi tecnici, il pubblico presente non manca comunque di manifestare il proprio apprezzamento. La leggera tensione che circola tra i ragazzi sul palco, riesce a trasformarsi in intensità, con un live più violento del solito e che non a caso raggiunge il suo meglio durante The Fog, le cui dilatazioni e distorsioni rimbalzano sui muri e sui volti intorno. E non è un caso neanche il fatto che i maggiori applausi della serata sono riservati ad una delle canzoni del set acustico, Clouds, la cui atmosfera intima e rarefatta colma i vuoti che separano le persone della platea.

Giovanni di Benedetto.

Report #1: 19.02.10 – The Mantra ATSMM live at Mamamu (Na)

27/02/2010



Pioggia. Pioggia continua e senza intermittenze. Strade bagnate e odore di strade bagnate. Potrebbe essere l’incipit di una descrizione alquanto scadente e approssimativa di uno sguardo rapito su di uno scorcio di inverno londinese. Invece è la semplice situazione atmosferica di una serata in una Napoli abbandonata dal sole. Ma poiché siamo dei sentimentali individui metropolitani, la cosa non dispiace più di tanto. Il tutto sembra accordarsi meglio alla disposizione d’animo che ci attende di lì a qualche ora.

Dopo alcune date di rodaggio, questa sera al Mamamu la band presenta per la prima volta le canzoni dell’album di imminente uscita, Defeated Songs, nella loro veste acustica. Ed il locale di Via Sedile di Porto sembra essere il luogo migliore per questo esordio vista l’intimità che il suo spazio riesce ad offrire.

Il soundcheck non presenta particolari problemi ed è anzi l’occasione per abbozzare nuove idee. Una versione inedita e completamente riarrangiata di uno dei brani di punta di Defeated Songs, Blanca, prende forma e con molta probabilità sarà presentata in uno dei prossimi live.

Per le 23, orario in cui è previsto l’inizio del concerto, la sala è ormai piena. Tuttavia raggiungerà la massima capienza soltanto dopo il primo pezzo. L’inizio del live è affidato ad Inner Season che spogliata di tutto il suo impeto elettrico, acquista degli inediti tratti di psichedelica ipnosi, riuscendo a catturare velocemente l’attenzione di tutto il pubblico presente. La voce di Adriana è particolarmente in forma, è la veste acustica della serata riesce a restituire alla sua voce le sfumature più calde del suo timbro, sempre in sospeso tra intensità e fragili vocalizzi. Uno dei brani che riscuote maggior apprezzamento è Helder Pedro Moreira, canzone di apertura dell’ep uscito lo scorso dicembre, Rooms. Smorzata del tutto del suo crescendo post-rock, la canzone prende una forma del tutto nuova, nella quale l’intreccio delle chitarre di Maurizio e Adriana costruiscono una trama dalle tinte chiaroscurali che riesce a mantenere intatta tutta l’intensità della versione originale.

Giovanni di Benedetto.

Recensioni: The Veils – Sun Gangs + live @ Init (Rome), 25/05/09

28/05/2009

(In ascolto: In the Aeroplane Over the Sea – Neutral Milk Hotel)

Recensione pubblicata su Lankelot, maggio 2009.

Binario 14 della Stazione Centrale di Piazza Garibaldi. Sono le 12:30. Le  lancette che segnano le 15:11, orario di arrivo a Roma Termini, non sono che un lontano miraggio, perse come sono nell’afa e nella scomodità di un anonimo sediolino di un treno regionale. Al primo stridere delle rotaie sui binari, inserisco subito le cuffie dell’iPod. Sun Gangs, è ancora un oggetto non identificato tra le centinaia di playlist, e immaginando che il live sarà incentrato quasi interamente sui pezzi del nuovo album, decido di non farmi trovare impreparato. L’album è già uscito da qualche giorno, ma nonostante sia particolarmente affezionato ai primi due album, The Runaway Found e Nux Vomica, la curiosità per questo terzo lavoro rasenta lo zero. Tutta colpa di Cat Power.

L’iniziale Sit Down by the Fire, non è nulla più che un semplice pop-rock di quelli che in Inghilterra si produce circa ogni due minuti. Buona strofa, ma ritornello piuttosto scadente.  Cosa che per una band come i The Veils, che non fanno di certo dell’originalità la loro arma vincente, è il più grande pericolo in cui possano incorrere. The Runaway Found, e buona parte di Nux Vomica, contenevano alcuni degli episodi pop più belli del decennio. Canzoni con una struttura profondamente acustica, e per questo, tali da sembrare dei classici da sempre. Se la prima canzone di un album funge come una sorta di chiave di violino che detta l’accordatura dell’intero album, sia a livello sonoro che di mood, Sit Down by the Fire riesce pienamente a mostare tutti i limiti di questo album. La maggior parte delle canzoni, sono infatti delle lente ballads del tutto anonime, cui viene a mancare anche la forza interpretativa di Finn Andrews, l’elemento che nel precedente album, riusciva ad esempio a risollevare le sorti di una canzone come Under the Folding Branches. La title-track oppure l’estenuante Scarecrow, rette come sono dal solo accompagnamento pianistico, falliscono miseramente il loro tentativo di scrittura cantautorale. Il pop old-school di The House She Lived In è francamente imbarazzante, per un autore che a circa vent’anni è stato capace di tirare fuori dal cilindro quel piccolo capolavoro che è Lavinia. Ma, è negli otto minuti che compongono Larkspur, che emerge tutta la mancata maturità della band. Ci sono vari modi di affrontare una canzone di otto minuti: la ripetizione con “variazione sul tema” di una bella melodia, di cui i Sigur Ros sono i maestri insuperati, la suddivisione in movimenti, tipica del prog, oppure i crescendo post-rock o shoegaze. I Veils, per evidenti limiti tecnici, non centrano nessuna delle opzioni, e lasciano che la canzone sbrodoli su se stessa. Dell’ingenuità e dell’immediatezza di The Runaway Found, non rimane nulla. Una volta che vengono a mancare le buone canzoni, di una band come i The Veils, francamente, non sappiamo cosa farcene.

Discorso diverso merita il live, il cui limite più grande, è stato proprio quello di concentrarsi per la maggior parte sulle canzoni di Sun Gangs. E, dispiace quasi provare rammarico per il buon Andrews, dopo aver visto il modo in cui “sente” le sue canzoni, contorcendosi sulla sua chitarra nei momenti più elettrici, e chiudendo timidamente gli occhi nei momenti più intimi. Dopo aver visto l’estrema disponibilità verso un pubblico in ogni caso sinceramente entusiasta. E’ per questo, che il momento più bello è stato quando nel secondo encore, Andrews ha impugnato la sola chitarra acustica lasciandosi andare alle richieste del pubblico. Richieste che (non a caso, imho) hanno riguardato esclusivamente canzoni dell’album di debutto: Lavinia (privata però del suo momento più bello, il crescendo finale dopo il bridge), Guiding Light, The Wild Son e The Tide that Left and Never came Back. Un’encore decisamente riuscito, pur lasciando interdetti (ma divertiti) la constatazione di come Andrews non ricordi alcune delle canzoni richieste, o come in alcune di quelle proposte, emergano alcune lacune. Ampio spazio è stato dato anche a Nux Vomica, presente in scaletta con ben cinque brani, i migliori: il delizioso pop di Calliope e Advice for Young Mother to Be, e gli episodi più roots come Not Yet, Nux Vomica, e una splendida Jesus for the Jugular, sicuramente il momento più alto dello show. Nessuno dei pezzi del nuovo album, invece, riesce a farmi cambiare posizione sul giudizio dei nuovi pezzi.

Resta la speranza che essendo una band abbastanza lontana dai grandi riflettori internazionali e vista l’ancora giovane età del front-man (25 anni, ndr), i Veils sappiano riscattarsi da un terzo album al di sotto delle aspettative, che manca sia dell’immediatezza pop di The Runaway Found, che degli episodi in grado di far intravedere una maturità artistica dietro alle porte (cosa che Jesus for the Jugular e Nux Vomica, lasciavano intuire, mostrando il potenziale della band).

Giovanni di Benedetto.

Segnalazioni: The Veils, tour italiano

25/05/2009

(In ascolto: The Letter – The Veils)

Ieri sera, al Caracol di Pisa, ha avuto inizio il tour italiano dei The Veils che continuerà con altre tre date: stasera suoneranno all’Init di Roma, martedì 26 all’Hana-Bi di Ravenna e il 28 al Magnolia di Segrate (Mi).

Tra qualche ora sarò a Roma per il concerto. E’ da qualche anno che li attendevo per un live nel nostro paese. Sono particolarmente affezionato al loro disco d’esordio, The Runaway Found, che contiene una delle canzoni più belle di questo decennio, Lavinia. Da qualche settimana, è uscito il loro nuovo album, Sun Gangs. Molto bello il primo singolo, The Letter:


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