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Recensioni: Be Kind Rewind (Gli acchiappafilm) – Michel Gondry

11/12/2009

(In ascolto: Unspeakable – Arca)

Pubblicato su Lankelot, dicembre 2009.


Il cinema di Michel Gondry ha rappresentato sin dal suo esordio dietro la macchina da presa una delle forme più autentiche di resistenza culturale, prima trasformando il videoclip da accessorio puramente commerciale in qualcosa con una propria dignità artistica, poi realizzando una serie di film in netto contrasto con la debordante spettacolarizzazione delle immagini propria del cinema di Hollywood, sostituendo all’effetto scenico digitale, quello artigianale carico della creatività – questa sì debordante – propria dell’infanzia. L’e(s)tica di Gondry è debitrice di quella propria dei grandi registi della Nouvelle Vague, che partendo dalle esperienze di Rossellini s’inventarono un cinema “povero” se paragonato a quello dei grandi studios americani, ma che faceva della povertà dei mezzi non un limite, bensì il campo entro cui giocare la propria partita. E fu questo il modo in cui il cinema fu reinventato. Reinventare il cinema. È questo il concetto alla base di Be Kind Rewind, l’ultima pellicola di Gondry. Così come nel precedente The Science of Sleep reinventava il mondo con i colori propri del sogno, in Be Kind Rewind il cinema è reinventato con i colori propri della memoria, dei ricordi. Più propriamente con i colori dell’immaginario collettivo, di cui quello cinematografico è sicuramente il serbatoio più carico. Il soggetto del film sembra provenire direttamente dagli anni ’80; con ogni probabilità è il film che John Landis ha sempre sognato di realizzare: nel tentativo di sabotare la centrale elettrica della città (Passaic, New Jersey) Jerry (Jack Black) viene colpito da una scarica elettrica che lo rende una fonte elettromagnetica in grado di smagnetizzare tutte le Vhs del videonoleggio dell’amico Mike (Mos Def). Da quel momento in poi i due saranno costretti a girare nuovamente intere sequenze dei film richiesti a nolo e che incredibilmente incontrano il favore di tutta la comunità cittadina, che sembra svegliarsi dal torpore tipico della periferia americana.

Uno dei personaggi più splendidamente caratterizzati è quello interpretato da Mia Farrow, che sembra quasi essere la copia carbone di quello interpretato vent’anni prima in uno dei film più appassionati di Woody Allen, La rosa Purpurea del Cairo, altra pellicola che dichiarava tutto il proprio smoderato amore nei confronti della settima arte nel tentativo in cui cercava di applicare quel bellissimo postulato di Andrè Bazin secondo cui «il cinema sostituisce al nostro sguardo il mondo che desideriamo». Perché Be Kind Rewind è un vero e proprio atto d’amore per il cinema nella sua integralità, come testimonia la scelta dei film reinventati: dai blockbuster cult (Ghostbusters e Ritorno al Futuro) al film d’autore (2001 Odissea nello spazio) passando per il cinema di animazione (Il Re Leone, che nel film viene considerato reinterpretazione delle tragedie shakespeariane!). Be Kind Rewind è un film che mette in scena la “magnifica ossessione” caricandola dell’intensità dello stupore infantile. Stupore che ritroviamo nelle immagini finali nei volti meravigliati e carichi di commozione dei cittadini di Passaic, che traducono il grande sogno di un cinema come epopea collettiva  e dell’arte quale fenomeno civilizzatore. Perché, riprendendo una delle battute più belle del film, «la vita senza civiltà è brutale, cattiva, corta».

Giovanni di Benedetto.

Recensioni: 5:55 – Charlotte Gainsbourg

03/05/2009

5.55 charlotte gainsbourg (In ascolto: 5:55 – Charlotte Gainsbourg)

Recensione pubblicata su Lankelot, maggio 2009.

Iniziamo la scoperta della moderna scena musicale francese in maniera simbolica, con il disco di una figlia d’arte, Charlotte Gainsbourg. Quello della Gainsbourg è uno di quei rari casi in cui un artista riesce a divincolarsi egregiamente dal peso del proprio nome, con una carriera di assoluto valore. Caratterizzata da una bellezza non classica come quelle che invadono gli schermi hollywoodiani, la Gainsbourg ha un fascino tutto particolare che l’ha imposta all’attenzione del grande pubblico in film come 21 Grammi di Inarritu, I’m not there di Todd Haynes e soprattutto L’arte del sogno di Michel Gondry. Nel 2006, a più di dieci anni dalla sua ultima prova da chanteuse – la colonna sonora del film diretto dal padre Charlotte forever – ha pubblicato un disco, 5:55, che vede la collaborazione di nomi illustri del panorama musicale internazionale: Air, Neil Hannon dei Divine Comedy e Jarvis Cocker dei Pulp. Il tutto sotto la sapiente guida di Nigel Godrich, storico produttore dei Radiohead. La direzione del disco è quindi chiara sin dall’inizio: del sano pop nella sua forma più nobile, arrangiato egregiamente con strumenti elettronici ed acustici ed interpretato in maniera delicata – a volte fin troppo leziosa, ma il fascino è anche in questo – dalla Gainsbourg con una voce sempre sul filo del sospiro. L’apertura del disco è affidata alla title track, una canzone che sembra uscita direttamente da Talkie Walkie caratterizzata com’è da un leggero beat e da un pianoforte che rievoca i fasti di Cherry Blossom GirlThe Operation è la canzone con l’incedere meno lezioso, con una batteria di chiara  matrice new wave, mentre The Song that We Sing, è l’episodio più squisitamente pop, con una maestosa orchestrazione e un suonare di campanellini che accompagnano la chitarra acustica per tutta la durata della canzone. A dispetto dei luoghi comuni che vedono i francesi dei bigotti nazionalisti snob che hanno in odio l’inglese, ad essere cantata in francese è soltanto una canzone, Tel Que Tu Es, che non a caso è l’episodio che più da vicino ricorda quei territori solcati dalla madre Jane Birkin nella sua carriera discografica. Resta comunque un comune denominatore per queste undici canzoni: una sobria eleganza lontana dalle derive kitches di tanto pop patinato “made in england”. Un’elegenza che è sempre ad un passo dal divenire fredda esecuzione, ma capace di riscattarsi, grazie ai suontosi arrangiamenti di Godrich e alla penna della coppia Godin/Dunckel (Air) da questo pericolo. E basterebebro i tre minuti della conclusiva Morning Song a fare da testimonianza a quanto detto. Una canzone quella conclusiva, con un titolo che rispecchia pienamente il mood dell’album: lezioso e caldo come un pomeriggio autunnale parigino. (more…)


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