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Recensioni: Tabarly – Yann Tiersen

29/06/2009

(In ascolto: Point Mort – Yann Tiersen)

Pubblicato su Lankelot, giugno 2009.

Tabarly è la colonna sonora che Yann Tiersen ha composto nel 2008 per il documentario omonimo del regista Pierre Marcel dedicato al navigatore francese Eric Tabarly, vincitore nel 1964 della regata transatlantica in solitaria e scomparso  nel 1998, al largo del mare Tabarlyd’Irlanda. Quella di Eric Tabarly in Francia è una vera e propria figura di culto, i cui libri – editi in Italia da Ugo Mursia Editore – hanno formato intere generazioni di velisti e appassionato ogni lettore che avesse nel mare il cuore. Tiersen, originario di Brest in Bretagna, già con l’album del 1997, Le Phare, si era lasciato ispirare da quello che da sempre è una delle fonti artistiche più scandagliate da poeti, musicisti e pittori. Alcune delle canzoni di Le Phare finirono poi anche nella colonna sonora de Il favoloso mondo Amèlie, contribuendo al successo del film che ha donato al compositore francese una certa notorietà anche al di fuori della Francia. Tant’è vero che ancora oggi, complice anche la spledida soundtrack firmata per il film Goodbye Lenin, Tiersen viene considerato, o meglio, ricordato dal grande pubblico soprattutto come compositore di colonne sonore. Un tipo di musica da sempre ostracizzata dalla critica musicale e  repentinamente relegata in una sorta di ghetto, per l’erronea valutazione di considerala sempre subordinata alle immagini. Eppure, Tiersen è un musicista dall’incessante attività, autore di album come il già citato Le Phare, L’absente (2001) e Les Retrouvailles (2005) che si pongono come degli splendidi ibridi tra musica colta e musica folk, e, negli episodi non strumentali genuinamente pop, grazie anche all’apporto di gente come Elizabeth Frazer dei Cocteau Twins, Stuart Apples dei Tindersticks, Neil Hannon dei Divine Comedy e Lisa Germano. Tutti nomi dall’incredibile background internazionale che ben testimoniano la stima di cui gode Tiersen tra i suoi colleghi. In questi album ciò che emerge è il grandissimo talento di Tiersen nell’intrecciare splendide melodie non solo con il pianoforte, ma  anche con un’incredibile gamma di strumenti – onde martenot, xylophono, chitarra elettrica ed acustica, clavicembalo, ma anche tastierine Bontempi e macchine da scrivere  – tra i quali sicuramente spicca per intensità l’accordèon, il cui suono Tiersen modula ora in maniera struggente ora in maniera gioiosa, restituendo quasi i colori al mondo.

Per Tabarly, Tiersen, essendo al lavoro anche sul suo nuovo album, ha lavorato quasi esclusivamente con il pianoforte, sebbene in alcune interviste abbia espresso come questo modo di comporre musica gli sia venuto a noia. L’eccezione per Tabarly è dovuta proprio alla possibilità di un’ispirazione che doveva giungere dal mare. E, ascoltando i 15 brani di cui è composto l’album, viene da pensare che Tiersen abbia lavorato non solo nel tentativo di suggerire con le sue note i colori e il movimento delle onde, ma abbia cercato con il suo tocco di sostituirsi ad esse, restituendone quasi l’odore. Come spiegare il mare a chi non lo hai mai visto. Dire il mare. Ciò che potrebbe  sembrare estremamente ambizioso è in realtà svolto nel segno del minimalismo: i suoi piano-solo ancora più che in passato sono infatti debitori non solo della lezione di un maestro mai troppo omaggiato quale Erik Satie ma anche dei sentieri già solcati da Harold Budd. Quella che è la sua cifra stilistica più riconoscibile, ossia l’abilità nel variare di intensità all’interno di uno stesso pezzo agendo perfettamente sulle dinamiche piano/forte, sembra quasi restituire i moti dell’animo di Eric Tabarly, che si fa quasi archetipo di tutti gli uomini di mare, e di tutti quegli uomini che del mare hanno fatto la propria musa. Da qui brani ora languidi e distensivi come La Longe Route e La Corde, ora brani di stampo più romantico (termine da considerare nella sua accezione più autentica) come Naval e Point Mort nei quali è evidente l’influenza di Chopin e Debussy soprattutto. Altre volte ancora, il sentimento è più malinconico e in brani come Yellow – arricchito anche dall’accompagnamento dell’accordèon -, Derniere e Atlantique Nord, lo sguardo sembra  essere proprio quella del vecchio Eric Tabarly al ritorno da una delle sue regate e che alle prime luci del faro sulla costa, volge il viso a metà tra il mare alle sue spalle e la terra che si avvicina, respirando a pieno polmoni, per un istante, la brezza marina.

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Recensioni: 5:55 – Charlotte Gainsbourg

03/05/2009

5.55 charlotte gainsbourg (In ascolto: 5:55 – Charlotte Gainsbourg)

Recensione pubblicata su Lankelot, maggio 2009.

Iniziamo la scoperta della moderna scena musicale francese in maniera simbolica, con il disco di una figlia d’arte, Charlotte Gainsbourg. Quello della Gainsbourg è uno di quei rari casi in cui un artista riesce a divincolarsi egregiamente dal peso del proprio nome, con una carriera di assoluto valore. Caratterizzata da una bellezza non classica come quelle che invadono gli schermi hollywoodiani, la Gainsbourg ha un fascino tutto particolare che l’ha imposta all’attenzione del grande pubblico in film come 21 Grammi di Inarritu, I’m not there di Todd Haynes e soprattutto L’arte del sogno di Michel Gondry. Nel 2006, a più di dieci anni dalla sua ultima prova da chanteuse – la colonna sonora del film diretto dal padre Charlotte forever – ha pubblicato un disco, 5:55, che vede la collaborazione di nomi illustri del panorama musicale internazionale: Air, Neil Hannon dei Divine Comedy e Jarvis Cocker dei Pulp. Il tutto sotto la sapiente guida di Nigel Godrich, storico produttore dei Radiohead. La direzione del disco è quindi chiara sin dall’inizio: del sano pop nella sua forma più nobile, arrangiato egregiamente con strumenti elettronici ed acustici ed interpretato in maniera delicata – a volte fin troppo leziosa, ma il fascino è anche in questo – dalla Gainsbourg con una voce sempre sul filo del sospiro. L’apertura del disco è affidata alla title track, una canzone che sembra uscita direttamente da Talkie Walkie caratterizzata com’è da un leggero beat e da un pianoforte che rievoca i fasti di Cherry Blossom GirlThe Operation è la canzone con l’incedere meno lezioso, con una batteria di chiara  matrice new wave, mentre The Song that We Sing, è l’episodio più squisitamente pop, con una maestosa orchestrazione e un suonare di campanellini che accompagnano la chitarra acustica per tutta la durata della canzone. A dispetto dei luoghi comuni che vedono i francesi dei bigotti nazionalisti snob che hanno in odio l’inglese, ad essere cantata in francese è soltanto una canzone, Tel Que Tu Es, che non a caso è l’episodio che più da vicino ricorda quei territori solcati dalla madre Jane Birkin nella sua carriera discografica. Resta comunque un comune denominatore per queste undici canzoni: una sobria eleganza lontana dalle derive kitches di tanto pop patinato “made in england”. Un’elegenza che è sempre ad un passo dal divenire fredda esecuzione, ma capace di riscattarsi, grazie ai suontosi arrangiamenti di Godrich e alla penna della coppia Godin/Dunckel (Air) da questo pericolo. E basterebebro i tre minuti della conclusiva Morning Song a fare da testimonianza a quanto detto. Una canzone quella conclusiva, con un titolo che rispecchia pienamente il mood dell’album: lezioso e caldo come un pomeriggio autunnale parigino. (more…)


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