Posts Tagged ‘poesia d’amore’

Corto viaggio sentimentale

19/08/2014

1. Alla “Pescheria” (Poesia sentimentale)

Un inciso intermittente

a modulare la remota prosodia mediorientale

che si udiva tra i banchi della “Pescheria”:

il confuso riapparire del tuo riso,

insperata poesia

dall’incerta geografia.

pescheria_010

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Piazza del Duomo (Miopia sentimentale)

La tua incompiuta figura rinascimentale

era per i tanti passanti

mite e incongrua distrazione

dalla maestosa facciata tardobarocca

della settecentesca cattedrale.

Al mio sguardo, invece,

rimanevi intraducibile

miopia sentimentale.

20061211 CATANIA: Piazza Duomo. ORIETTA SCARDINO

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Isole dei Ciclopi (Paleografia sentimentale)

L’incavarsi del tuo dorso

Tra la desertitudine paleolitica

D’informi escrescenze laviche

Inscenava per me soltanto

Il prossimo inverarsi

Di una nuova età geologica

E la conseguente estinzione

Di ogni precedente forma umana.

Isole ciclopi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Catania, agosto 2014

Duchamp

01/07/2012

Una gruccia

nell’armadio

la mia giacca

un tuo foulard

posto per errore

o per economizzare gli spazi

o chissà cos’altro.

 

Una pagina del diario intimo di Arturo Benedetti

26/03/2012

Almanacco (Je rêve)

E poi un giorno. E poi un giorno succede. Succede che a volte la vita sfibra inerte le fibre nervose ripiegate nell’amara abitudine amata. Sto bene oggi, grazie anch’io grazie a dio ecco il resto o poco più. Oggi ho venticinque anni ieri erano ventiquattro, ecco il resto o poco più. Un anno è passato. (Quanto oltre ancora accorato rimanere ancorato a quest’ancora imprecisato ed esitante tra l’esclamativa l’interrogativa e il sintagma nominale. Una maglia di reti intrappolata in te nonostante te la cui presenza negli interstizi sfibrati della mia memoria soleva ripiegarsi mescolandosi con quant’altro trovava. E non trovava che te e il resto il resto poco più o almeno qualcosa di meno di quel più che contava e che non eri che tu, sempre tu la stessa il cui amore i miei nervi sfioriva per quel più cui sempre si accompagnava. E la profonda vergogna nel dire amore ogni qual volta dicevo amore ancora anzi più che mai ora non m’abbandona poiché ora risuona come parola scritta letta morta e tutto il resto di quello che ho cercato di evitare per te l’unica che non attraversava la mia mente macchiata d’inchiostro o di toner. Come dirti quand’eri abitudine dei gesti le mani sporche dei granelli di caffè comprato a pochi euro al discount il cui consueto riapparire sulle mie mani la mattina alle sette faceva allentare al mondo la sua presa allontanandone del reale la pretesa mentre tu dormivi. Ti vedo, la sveglia ha suonato ma per me soltanto cui il tempo è una griglia di lancette e ticchettii in cui il rincorrersi se è gioco è scacco scacco matto tic toc. Il clic dell’interruttore della luce quando la sera torniamo a casa. Il mazzo di chiavi. I piatti sporchi. Il drin del microonde il piatto è pronto i bicchieri la tavola imbandita. Le sedie di panni vestiti. La scala a chiocciola il quinto piano gli affanni e i sorrisi le chiavi il clic dell’interruttore della luce quando la sera torniamo a casa. Il caffè è pronto. Ma tu dormi. Dormi dormi ancora. Un anno è passato. Ma per te cui il tempo non esiste c’est moi que rêve).

Giovanni sta scrivendo… (Tristia)

19/02/2012

Avremmo potuto imparare

a scrivere migliori

lettere d’amore, certo,

ma la cattiva connessione

del Wi-Fi

mi costringe alla sintesi

e ad una non troppo articolata sintassi:

« Tornerai? ».

“Celui qui partira loin de la ville” (Tristan Derème) – trad. it. di Giovanni di Benedetto.

05/09/2011

XIV

 

Celui qui partira loin de la ville, qu’il le

veuille ou non, pleurera ton visage tranquille,

ta grâce et la beauté de tes cheveux flottants.

Et les roses et les guirlandes du printemps

qui fleurirent ton front de leur délicatesse

se faneront devant ses yeux et sa tristesse.

Mais au bord de la nuit calme, sur le chemin

il songera qu’un soir tu lui donnas ta main,

qu’il a baisé tes doigts dans l’ombre coutumière

d’un automne, et son cœur sera plein de lumière.

 

*

XIV

 

Colui che partirà lontano dalla città,

che lo voglia o meno, piangerà il tuo viso calmo,

la tua grazia e la bellezza dei tuoi capelli fluttuanti.

E le rose e le ghirlande della primavera

che infiorarono la tua fronte della loro delicatezza

appassiranno davanti i suoi occhi e la sua tristezza.

Ma al confine della notte calma, lungo il cammino

penserà che una sera gli desti la mano,

ch’egli baciò le tue dita nell’ombra abituale

di un autunno, e il suo cuore sarà pieno di luce.

 

(traduzione di Giovanni di Benedetto)

*

Leggi le precedenti traduzioni tratte da La verdure dorée di Tristan Derème:

XII (Tu parus. Mais le doigts posés sur le loquet)

XV (“Quand tu m’auras quitté”)

“Tu parus. Mais le doigts posés sur le loquet” (Tristan Derème) – trad. it. di Giovanni di Benedetto.

03/09/2011

XII

Tu parus. Mais les doigts posés sur le loquet,

Tu t’arrêtas avec un air interloqué.

Puis devant les papiers qui encombraient la table,

Tu dis. « Cette maison devient inhabitable ! »

Et ton sautoir frémit dans ses cent trois maillons.

Voici bientôt deux mois que nous nous chamaillons,

Voici deux mois bientôt que je t’ai rencontrée

Et que je sais ton goût natif pour l’eau sucrée,

Les pommes vertes, les promenades, les sous-

Bois en octobre et les romans à quatre sous.

Tu grondes, mais je sens, dans nos pires querelles,

Quand bondissent les mots comme des sauterelles,

Que tu n’es que tendresse et qu’au fond tu souris

En ton cœur plus léger qu’une dent de souris.

 *

XII

Apparisti. Con le dita posate sulla serratura,

ti fermasti con un’aria interloquita.

Poi davanti ai fogli che ingombravano il tavolo,

dicesti: « Questa casa diventa inabitabile! ».

E la tua sautoir fremette nelle sue centotré perle.

Sono quasi due mesi che ci accapigliamo,

sono due mesi quasi che ti ho incontrata

e che conosco il tuo gusto indigeno per l’acqua zuccherata,

le mele verdi, le passeggiate, i sottoboschi

in ottobre e i romanzi da quattro soldi.

Rimproveri, ma io sento, nei nostri litigi peggiori,

quando le parole saltano come cavallette,

che tu non sei altro che tenerezza e che nell’animo sorridi

nel tuo cuore più leggero di un dente di topo.

(traduzione di Giovanni di Benedetto)

*

Leggi le precedenti traduzioni tratte da La verdure dorée di Tristan Derème:

XV (“Quand tu m’auras quitté”)

Demanio (Educazione sentimentale)

09/08/2011

Non c’era cosa di me

che non ti apparteneva.

Non pensavo

che avrei un giorno pagato

le tasse di concessione.

 

(Imparai a diffidare

degli aggettivi possessivi.

Nient’altro).

“Quand tu m’auras quitté” (Tristan Derème) – trad. it. di Giovanni di Benedetto.

06/08/2011

Qualche settimana fa sfogliavo la bella edizione Mondadori di Satura commentata da Riccardo Castellana, con saggi di Franco Fortini e Romano Luperini; nel commento introduttivo a Xenia, Castellana citava come precedente alla poetica degli Xenia un autore francese, Tristan Derème (1889-1941), ed in particolare una sua raccolta poetica del 1922, La verdure dorée. Deréme è un autore praticamente inedito in Italia (Castellana riporta che è presente in un’antologia degli anni ’20 recensita tra l’altro dallo stesso Montale), e così, non avendo trovato nulla di significativo né in biblioteca né su internet, ho pensato di cimentarmi nella traduzione di alcune sue poesie. Oggi pubblico la prima, la XV di La verdure dorèe. Gli stralci di vita quotidiana, il discorso rivolto senza alcun tramite alla propria donna ed una certa ironia amara hanno effettivamente più di un punto in comune con il Montale degli Xenia:

XV

Quand tu m’auras quitté (ne lève pas les bras),

Quand tu m’auras quitté, car tu me quitteras,

Je n’irai plus chercher d’œillets chez la fleuriste.

Je demeurerai seul avec mon rêve triste.

Et je dirai : « Voilà la chambre où tu te plus,

Et voici le miroir qui ne te verra plus,

La table d’acajou, le canapé, le pouf, le

Tabouret où le soir tu posais ta pantoufle.

Ô golfe calme, où le bonheur était ancré !… »

Et quelquefois amèrement je sourirai,

En feuilletant mon vieux Racine aux coins de cuivre,

Des pantins que tu fis dans les marges du livre.

*

XV

Quando mi avrai lasciato (non alzare le braccia),

quando mi avrai lasciato, perché mi lascerai,

non andrò più in cerca di garofani dai fiorai.

Abiterò solo col mio sogno triste.

E dirò: << Ecco la camera che amasti,

ed ecco lo specchio che non ti vedrà più,

il tavolo di mogano, il divano, il pouf,

lo sgabello dove la sera posavi la pantofola.

Oh golfo tranquillo, dove la felicità era ancorata!… >>.

E qualche volta amaramente sorriderò

sfogliando il mio vecchio Racine dalle punte in rame

dei pupazzetti che disegnasti ai margini del volume.

(traduzione di Giovanni di Benedetto. Si ringrazia Ornella Tajani per i preziosi consigli)

Sibilla parisienne

23/07/2011

Avremmo abitato

al numero quattro di

Rue du Paradis.

 

(La toponomastica

è un oracolare intermittente

di auspici o coincidenze).

Diagnosi

18/07/2011

Amarti comportava un aumento

della produzione dei succhi gastrici

e una facile irritazione del colon.

Ho preferito correggere

la mia alimentazione

solo.

La salute non era prerogativa

del nostro amore.


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