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Note a margine in forma di status.

28/04/2012

L’aforisma è un sistema compiuto, articola un mondo intero non riassumendolo ma elidendolo. L’aforisma è filosofia, è letteratura, è storia ed è storia di un pensiero. Operazione chirurgica sul linguaggio e del linguaggio, l’aforisma è al versante opposto della sua variante coatta cui spesso, per malafede o incapacità critica, viene associato: lo slogan o la sentenza (con le varianti moderne di tweet o status). Artifici retorici, figure grammaticali prive di autentica sovversione poetica, questi ultimi mortificano interi sistemi di pensiero riassumendoli e riassumendoli li esplicano ed esplicandoli ne permettono la riproducibilità. Lo slogan, la sentenza, la citazione decontestualizzata e reificata nel cit. virgolettato, il tweet e lo status (dunque questo stesso enunciato, ahimè) sono i luoghi in cui si compie una riproducibilità tecnica del linguaggio. Esibiscono, mettono in scena un pensiero. Il pensiero è altrove. Il fascismo del linguaggio passa da qui. Condividiamo, adesso. (E torniamo pure a neutralizzare il linguaggio con gli * dei sostantivi e degli aggettivi né maschili né femminili. Nel mentre suggerisco un’abolizione degli aggettivi possessivi per meglio auspicare la cancellazione della proprietà privata di oggetti e soggetti).

L’impero dei segni: Facebook, narrazioni e significazioni. Decifrazioni di una pornografia semiologica.

28/04/2012

Pubblico di seguito il testo del mio intervento al seminario Italia Agra del maggio 2011. Il cortometraggio 1994 è da ritenersi parte integrante del seguente lavoro.

L’impero dei segni: Facebook, narrazioni e significazioni. Decifrazioni di una pornografia semiologica.

 

Di Giovanni di Benedetto

 

I. Introduzione.

Nel corso della giornata introduttiva dedicata al “Secolo tamarro”, tra le varie riflessioni riguardanti quel particolare prodotto della società contemporanea che è l’individuo tamarro, è emerso come uno dei tratti caratterizzanti di questa categoria sociologica sia l’ostentazione. Ostentazione di determinate caratteristiche, prima tra tutte, un’ostentazione della propria corporalità. Ma il “tamarro” rappresenta pur sempre solo una categoria parziale del seculum. Interessante è allora osservare, analizzare – partendo da questa caratteristica comune: l’ostentazione – cosa di questa tendenza particolare si propaga nel resto del seculum, della società, per diventare generale. L’obiettivo è quello di delineare alcuni dei tratti che compongono il secolo tamarro, la società tamarra. Come la società medievale secondo Curtius aveva elaborato la metafora del libro-come-mondo attraverso la quale rappresentarsi dunque ridursi dunque leggersi, così la società tamarra ha trovato in quello che è lo stadio ultimo del web 2.0, vale a dire il social network ed in particolare Facebook, la propria possibilità per compiere una rappresentazione di se stessa. Il discorso dunque si varrà di esso facendolo assurgere a metafora del secolo tamarro, vale a dire utilizzandolo come strumento epistemologico attraverso il quale tessere alcune proposte interpretative.

L’intervento vuole concentrarsi, dunque, partendo dalle riflessioni di Roland Barthes e sulle nozioni semiologiche di significante, significato e segno, sui processi narrativi, di significazione e di decifrazione, proprie del mezzo attraverso il quale il seculum tamarro, la società tamarra, ha trovato la sua modalità di rappresentazione tramite una rinnovata metafora del libro-come-mondo: Facebook.

2. Io non sono io: Io è un altro: colui di cui narro Io.

L’individuo tamarro ostenta la propria corporalità, dicevamo. In particolare ostenta la propria corporalità privata, intima: gli attributi fisici. Il secolo tamarro (di qui in poi società tamarra per un’esigenza espositiva) ostenta anch’esso qualcosa di privato: quella serie di elementi che codificano la cosiddetta “vita privata”. Facebook allargando in maniera decisiva il valore semantico riservato alla parola “amico” permette appunto questo tipo di operazione: l’ostentazione della propria vita privata, vale a dire, l’ostentazione di sé, della propria individualità. Ma l’allargamento semantico della parola “amico” è in realtà una riduzione: da amico a contatto, termine che ha in questo caso quasi il valore di una metafora: un contatto elettrico attraverso il quale collegarsi ad una rete. La società tamarra ostenta dunque la propria vita privata inserendola in un intricato complesso di significazioni. Una rete di significazioni. (more…)

Grado zero: #3 (Valore esistenziale del tempo per Arturo Benedetti. Esempio n°2: arrivare tardi ad un appuntamento (cum excerpto).

09/03/2011

Per esemplificare al meglio il valore esistenziale del tempo, Benedetti ricorre ad una situazione-tipo quale quella di arrivare tardi ad un appuntamento, proemio di ogni appuntamento mancato. Gran appassionato del melodramma Benedetti è invece restio alle propensioni melodrammatiche, ragion per cui la situazione presa in esame è radicata nella più spicciola quotidianità ed è presa a prestito da un libro di Julio Cortàzar, Rayuela. Il dialogo in questione secondo Benedetti riassume perfettamente tutte quelle situazioni in cui un incidente X non ci porta a compiere un’azione desiderata Y in quel determinato momento Z. Arrivare tardi ad un appuntamento è questo: non riuscire a coniugare Y con Z. Troppo spesso si trascura il valore di Z. Senza Z per Benedetti Y neanche esisterebbe. Patologicamente affetto dalla nozione di “momento perfetto” Benedetti ha sempre amato il personaggio di Anny de La nausea di Sartre. Benedetti, pensava, o avrebbe fatto la fine di Anny o quella di Horacio Oliveira. Chissà. Chissà.

 

– Sarebbe meglio che tornassi a casa, – disse Talita, guardando affaticata Traveler.

– Prima devi dare l’erba a Oliveira, – disse Traveler.

– Non è più il caso, – disse Oliveira. – Comunque, lanci pure il cartoccio, per me è lo stesso.

Talita guardò prima l’uno e poi l’altro e restò immbile.

– Quanto è difficile capirti, – disse Traveler. – Tanta fatica e adesso salta fuori che mate più mate meno, per te è lo stesso.

– Le lancette hanno camminato, figliuolo, – disse Oliveira. – Tu ti muovi nella continuità del tempo-spazio con la lentezza di un verme. Pensa solo a tutto ciò che è accaduto da quando ti sei deciso ad andare a prendere quel panama scalcagnato. Il ciclo del mate si chiuse senza essere consumato, e frattanto qui fece il suo ingresso trionfale la sempre fedele Gekrepten, armata di arredi culinari. Siamo in zona caffelatte, niente da fare.

– Che ragionamenti, – disse Traveler.

– Non sono ragionamenti, sono dimostrazioni squisitamente oggettive. Tu tendi a muoverti nel continuo, come dicono i fisici, mentre io sono estremamente sensibile alla discontinuità vertiginosa dell’esistenza. In questo attimo il caffelatte irrompe, s’insedia, domina, si diffonde, si ripete reiteratamente in centomila famiglie. I mate sono stati lavati, ritirati, aboliti. Una zona temporale del caffelatte ricopre questo settore del continente americano. Pensa a tutto quel che implica e apporta questo. Madri amorose che istruiscono i loro pargoli sulla dietetica lattea, riunioni infantili attorno al tavolo del tinello, sulla cui parte superiore tutto è sorrisi e in quella inferiore calci e pizzicotti. Dire caffelatte in questo momento significa mutazione, convergenza gentile verso la fine della giornata, estratto conto delle buone azioni, delle azioni del portatore, situazioni transitorie, incerti proemi a ciò che le sei del pomeriggio, ora terribile di chiave nelle porte e corse all’autobus, concretizzano brutalmente. A quest’ora quasi nessuno fa l’amore, è prima o dopo. A quest’ora si pensa alla doccia (ma la faremo alle cinque) e la gente comincia a rimuginare le possibilità della notte, voglio dire se andrà a vedere Paulina Singerman o Toco Tarantola (ma non sappiamo ancora, c’è ancora tempo). Che rapporto c’è fra tutto ciò e l’ora del mate? Non ti parlo del mate preso male, sovrapposto al caffelatte, ma di quello autentico che io volevo, all’ora giusta, nel momento di maggior freddo. E queste cose non mi par proprio che tu le capisca sufficientemente.

 


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