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Venerdì 5 Febbraio al JahBless Music Hall di Torre del Greco, uno dei locali storici della scena musicale indipendente napoletana, gli El-Ghor presenteranno in anteprima il videoclip di “Rien n’est parfait”, nuovo singolo dall’acclamato secondo album “Merci Cucù” (2009, Seahorse Recordings), uscito lo scorso febbraio e che ancora continua a ricevere consensi. Frutto di un audace e originale meltin’ pot musicale che unisce con un unico fil rouge, la new-wave inglese e le atmosfere cantautoriali d’oltrape, la band napoletana ha presentato sin dal disco d’esordio del 2004, “Dada Danzè”, un’attenzione particolare per l’aspetto visuale della loro musica, producendo una serie di videoclip finalisti di alcune importanti rassegne come “O’curt” e il “Premio Videoclip Italiano” e in rotazione su emittenti nazionali come All Music.
Diretto da Andrea Ferrarello con la collaborazione di Mauro Loffredo, il videoclip di “Rien n’est parfait” è stato girato interamente a Bologna, uno dei centri principali della cinematografia indipendente nostrana, sancendo così ulteriormente il legame tra la musica della band e la settima arte. Il risultato è una riflessione ironica sul concetto di perfezione, un calembour di equivoci ed un estetica che sorride all’eleganza, al rock e al nonsense.
Dopo la proiezione del video, il live set della band sarà l’occasione di apprezzare in una veste più viscerale ma non meno emozionante le canzoni di “Merci Cucù”.
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Recensione de L’ultimo Metro su Lankelot, a cura di Gianfranco Franchi, cui va tutto il mio ringraziamento:
http://www.lankelot.eu/letteratura/di-benedetto-giovanni-lultimo-metro.html
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ISBN 978-88-7426-075-1
pp. 64, cm. 10×10
Prezzo di copertina: € 3,00
E’ da qualche giorno uscito per conto delle Edizioni Arpanet un mio volume, L’ultimo metro, vincitore dell’iniziativa editoriale Concepts Books. Il racconto è ispirato ad un romanzo di Jack London, Il vagabondo delle stelle (Adelphi). Questa la nota di copertina:
Darrel Standing, il protagonista de Il vagabondo delle stelle, è un condannato a morte. Nella sua tre per due nel carcere di San Quentin viene regolarmente sottoposto alla tortura della camicia di forza. Ma Darrel Standing è un uomo dalla disperata vitalità, e in quella condizione tragica, con feroce autodisciplina, riesce a trasfrormarsi in un moderno sciamano che attraversa le barriere del tempo come muri di carta. E’ così che torna a vivere le sue vite precedenti. Il suo è un viaggio verso l’eterno ritorno, alla sua condizione prenatale. Dovete immaginarvelo, Darrel Standing, legato nella sua camicia di forza. Immobile, i muscoli paralizzati.
La sua storia ha rappresentato il vero e proprio nucleo attorno al quale è nato il mio racconto. Il protagonista de L’ultimo metro viene aggredito da alcuni ragazzi e durante lo scontro, perdendo l’equilibrio, ricade sulla propria schiena spezzandosi la spina dorsale. Come Darrel Standing è costretto all’immobilità. E, come il protagonista del libro di Jack London, l’unica cosa che può fare è un unico movimento: aprire e chiudere gli occhi. E ricordare. Solo questo.
***
Incipit
File disordinate di macchine che girano a destra o sinistra; alcune proseguono dritte, aspettando anche loro la strada divenire curva, e poi di nuovo dritte, fino alla fine, quando la strada diviene silenzio. Lungo i viali, gli alberi guardano distanti lo spettacolo rappresentarsi senza alcun attore, immersi in un silenzio come quello che precede i riti sacri, come attendendo un rantolo di Dio. Dio non risponde, e lo spettacolo prosegue, ogni giorno senza alcun bis. In lontananza la Tour Eiffel, guarda la sua sposa rivestirsi di un manto di luci, lasciando scoperto il tratto che dal collo arriva fino al basso ventre, il tratto ornato dalla Senna. Il vento soffia da est, e quel che rimane del manto primaverile dei fiori si disperde nell’aria, divenendo profumo o cenere, o profumo e cenere insieme.
All’angolo di Rue de Malte, una bambina stringe nella mano quella di sua madre che stringe nell’altra una sigaretta, ma ancora per poco, dieci passi, e la sigaretta diviene cenere che brucia sul marciapiede di Place de la Republique. Il semaforo è verde, una Renault del ‘79 per poco non investe un cane, che abbaiando raggiunge il lato opposto della strada, spaventando una bambina che stringe nella mano quella di sua madre. La madre accarezza la figlia, che si strofina l’occhio destro fermando la lacrima che stava per scendere; quindi proseguono. Il cane ha smesso di abbaiare, il semaforo è di nuovo verde e la Renault del ‘79 imbocca la curva che immette su Boulevard Voltaire.
D’improvviso, pioggia. I camerieri dei cafè si agitano, sgombrano i dehors e ricevono le mance di chi decide di correre via. L’entrata della metro di Republique si orna di venditori di ombrelli da due soldi come mercanti nel Tempio che spacciano fede. I turisti con le loro enormi valige attendono che la pioggia cessi, ma la pioggia non cessa e corrono via, con i loro ombrelli da due soldi che il vento, al prossimo isolato avrà già reso spazzatura. Dall’uscita di Rue Fabourg du Temple, tre ragazzi sporchi di sangue escono ansimanti dal sottopassaggio e iniziano a correre, ognuno in una direzione diversa, fino a confondersi con la folla, mentre il sangue si confonde con la pioggia. Mezzanotte è passata. L’ultimo metro anche.
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Il volume potrà essere ordinato direttamente dal sito internet della casa editrice, senza alcun costo aggiuntivo per le spese di spedizione, e a breve sarà presente in alcune librerie del centro storico di Napoli e delle maggiori città italiane. Se il volume non fosse disponibile nella vostra libreria di fiducia, potrete ordinarlo fornendo semplicemente al vostro libraio il codice ISBN del volume.
A breve organizzeremo delle serate evento e dei reading preparati per l’occasione. Per qualsiasi informazione, potete contattarmi al mio indirizzo e-mail, o sulla mia pagina di Facebook, o direttamente qui sul blog.
Giovanni di Bendetto.
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La fine di una storia
Erano le sette, circa. Il treno stava per entrare nella stazione. Dal finestrino osservava la sagoma del Vesuvio farsi sempre meno lontana. La sera non nascondeva un cielo che si faceva sempre più nero e che di lì a poco avrebbe di certo dato inizio ad un temporale. Aveva con sé soltanto una valigia e cercava di ricordare se vi avesse messo anche un ombrello prima di partire. Probabilmente no. Ma la cosa non lo impensieriva più di tanto per il momento.
Erano passate quasi dieci ore dalla partenza e aveva negli occhi ancora quell’immagine. Di lui senza di lei. E il fischio del treno. La voce metallica trasmessa dagli altoparlanti che ne annunciava la partenza. E di nuovo uno sguardo. Di lui che scorge la banchina rimanere vuota. Senza di lei.
Il treno si fermò d’improvviso e lo stridere dei freni lo ridestò per un momento da quell’immagine che andava ricordando. Notò che la ragazza seduta di fronte lo stava osservando, così si strinse meglio nel suo impermeabile e calò leggermente il cappello in modo da coprirne gli occhi. Oltre la ragazza nel suo scompartimento c’era anche un uomo con un bambino accanto. Probabilmente un padre col figlio. L’età dell’uomo non era facilmente rintracciabile dal suo volto. Avrebbe avuto bisogno di sentirne la voce per capirlo, ma per tutto il viaggio, i due, padre e figlio, furono in silenzio. Il bambino aveva dormito per quasi tutta la durata del viaggio e nei momenti in cui era stato sveglio aveva sfogliato un numero di Dylan Dog. L’uomo invece leggeva un libro di Carver, Cattedrale, e lo terminò quando il treno era arrivato a Roma. Da lì in poi anche lui si addormentò.
Quando il treno riprese a camminare le prime gocce di pioggia sporcarono il finestrino e ricoprirono in pochi istanti il paesaggio intorno. Le luci della città sembravano sciogliersi con essa. Era uno di quei momenti ideali per un incipit di un racconto, pensò. Ma non sarebbe stata una cattiva idea neanche finirlo, un racconto, così. Un treno alle porte di una stazione. Un uomo che ricorda e che pensa. Pensa a lui. E a lui senza di lei. E mentre ricorda e pensa, la pioggia.
«Papà, sta piovendo».
«Tra poco smetterà».
Fine
Giovanni di Benedetto.
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(In ascolto: Unspeakable – Arca)
Pubblicato su Lankelot, dicembre 2009.
Il cinema di Michel Gondry ha rappresentato sin dal suo esordio dietro la macchina da presa una delle forme più autentiche di resistenza culturale, prima trasformando il videoclip da accessorio puramente commerciale in qualcosa con una propria dignità artistica, poi realizzando una serie di film in netto contrasto con la debordante spettacolarizzazione delle immagini propria del cinema di Hollywood, sostituendo all’effetto scenico digitale, quello artigianale carico della creatività – questa sì debordante – propria dell’infanzia. L’e(s)tica di Gondry è debitrice di quella propria dei grandi registi della Nouvelle Vague, che partendo dalle esperienze di Rossellini s’inventarono un cinema “povero” se paragonato a quello dei grandi studios americani, ma che faceva della povertà dei mezzi non un limite, bensì il campo entro cui giocare la propria partita. E fu questo il modo in cui il cinema fu reinventato. Reinventare il cinema. È questo il concetto alla base di Be Kind Rewind, l’ultima pellicola di Gondry. Così come nel precedente The Science of Sleep reinventava il mondo con i colori propri del sogno, in Be Kind Rewind il cinema è reinventato con i colori propri della memoria, dei ricordi. Più propriamente con i colori dell’immaginario collettivo, di cui quello cinematografico è sicuramente il serbatoio più carico. Il soggetto del film sembra provenire direttamente dagli anni ’80; con ogni probabilità è il film che John Landis ha sempre sognato di realizzare: nel tentativo di sabotare la centrale elettrica della città (Passaic, New Jersey) Jerry (Jack Black) viene colpito da una scarica elettrica che lo rende una fonte elettromagnetica in grado di smagnetizzare tutte le Vhs del videonoleggio dell’amico Mike (Mos Def). Da quel momento in poi i due saranno costretti a girare nuovamente intere sequenze dei film richiesti a nolo e che incredibilmente incontrano il favore di tutta la comunità cittadina, che sembra svegliarsi dal torpore tipico della periferia americana.
Uno dei personaggi più splendidamente caratterizzati è quello interpretato da Mia Farrow, che sembra quasi essere la copia carbone di quello interpretato vent’anni prima in uno dei film più appassionati di Woody Allen, La rosa Purpurea del Cairo, altra pellicola che dichiarava tutto il proprio smoderato amore nei confronti della settima arte nel tentativo in cui cercava di applicare quel bellissimo postulato di Andrè Bazin secondo cui «il cinema sostituisce al nostro sguardo il mondo che desideriamo». Perché Be Kind Rewind è un vero e proprio atto d’amore per il cinema nella sua integralità, come testimonia la scelta dei film reinventati: dai blockbuster cult (Ghostbusters e Ritorno al Futuro) al film d’autore (2001 Odissea nello spazio) passando per il cinema di animazione (Il Re Leone, che nel film viene considerato reinterpretazione delle tragedie shakespeariane!). Be Kind Rewind è un film che mette in scena la “magnifica ossessione” caricandola dell’intensità dello stupore infantile. Stupore che ritroviamo nelle immagini finali nei volti meravigliati e carichi di commozione dei cittadini di Passaic, che traducono il grande sogno di un cinema come epopea collettiva e dell’arte quale fenomeno civilizzatore. Perché, riprendendo una delle battute più belle del film, «la vita senza civiltà è brutale, cattiva, corta».
Giovanni di Benedetto.
Archiviato in: Appunti | Tag: balzac, comme moi, edith piaf, le illusioni perdute, parigi
(In ascolto: Comme moi – Edith Piaf)
A proposito di Parigi
Leggevo il diario di viaggio di un mio amico, Alessio, che sta trascorrendo qualche giorno in quel di Parigi. E mi sono ritrovato in queste sue parole, che ben rispecchiano quelle che furono anche le mie prime impressioni sulla città:
Sono qui solo da due giorni, e domani torno a casa, troppo poco il tempo trascorso qui per dare giudizi. Al primo impatto, però, questa città mi appare eccezionale.
Tutto grande, tutto gigantesco, eppure il solito aspetto confusionario delle grandi metropoli qui non si percepisce. Capisco chi ama questa città, e capisco chi decide di rimanerci dopo esserci stato una volta soltanto.
Nulla di più vero, pensavo. E’ un’infatuazione che non ha mai fine, Parigi.
Le volte che ci sono stato ho avuto sotto gli occhi il posto dove poter realizzare quel tipo di felicità che sembra esistere solo nei libri e in qualche rapido scorcio di vita.
In questi giorni, tra l’altro, sto leggendo “Le illusioni perdute” di Balzac, e quando ho incontrato questo paragrafo, non ho potuto fare a meno che sottolinearlo per bene. Per cui lo riporto per intero:
Questa è la città degli scrittori, dei pensatori, dei poeti. Qui solamente si coltiva la gloria, e io conosco le belle messi che essa oggi produce. Solo qui gli scrittori possono trovare, nei musei e nelle gallerie, le opere viventi dei geni del tempo passato, quelle opere che riscaldano l’immaginazione e la stimolano. Solo qui immense biblioteche sempre aperte offrono all’intelletto l’alimento di cui hanno bisogno. Infine, a Parigi c’è nell’aria e nelle più piccole cose un’essenza che si respira e che si imprime nelle creazioni letterarie. Si apprendono più cose conversando mezz’ora al caffè o al teatro di quante non se ne apprendano in dieci anni di provincia. Qui, veramente, tutto è spettacolo, confronto e istruzione. [...] Ecco Parigi; la città dove ogni ape trova la sua cella, dove ogni anima assimila ciò che le è proprio.
E nelle orecchie, questa canzone:
Archiviato in: Videoteque | Tag: aldo ciccolini, elettronica, erik satie, gymnopedie, modular, modular synthesizer, q119, q960, synth
Una variazione della Gymnopèdie n.1 di Erik Satie, che viene fatta suonare da due synth modulari, il Q119 e il Q960.
Qui, invece, la versione originale per piano, suonata da Aldo Ciccolini:
Archiviato in: Recensioni | Tag: a friend with a knife, eugene robinson, giovanni di benedetto, helder pedro moreira, luigi nobile, musica, oxbow, piano magic, rare noise records, rooms ep, the fog, the mantra above the spotless melt moon, the mantra atsmm, yumma re
Pubblicato su Lankelot, ottobre 2009.
Quest’anno non dovremo guardare verso ovest o alla terra di Albione per andare incontro alla next big thing. Segnatevi questo nome: The Mantra Above The Spotless Melt Moon. Non tragga in inganno il nome: i Mantra sono una giovane band napoletana con una visione musicale, però, decisamente internazionale. Non a caso i talent scout dell’etichetta inglese Rare Noise Records, li hanno messi sotto contratto assicurandosi l’uscita di questo ep, Rooms, in attesa della pubblicazione del primo full-length nel corso dell’inverno. Dopo un promettente split in compagnia dei già rodati God is An Astronaut, questo nuovo ep non fa che confermare le capacità sinora espresse. Dallo split vengono recuperate due tracce, Helder Pedro Moreira e The Fog, qui presentate con un missaggio differente che ne accentua il valore, mettendo in mostra la cura che la band riserva per ogni piccola sfumatura sonora. Si prenda ad esempio proprio la traccia d’apertura, “Helder Pedro Moreira”, nel quale sono presenti delle riuscite armonizzazioni tra la linea melodica e i vocalismi della cantante Adriana Salomone. L’eterea melodia è squarciata dalle aperture di una chitarra sempre emotiva, memore della lezione di un
gruppo troppo spesso dimenticato quale gli Slowdive, ed è interamente sorretta da un’eccellente sezione ritmica che dona al pezzo un groove non indifferente. La seconda traccia è quella che dona il titolo all’ep, “Rooms”, e nei sui due minuti di durata rappresenta una vera e propria perla sulla quale nel prossimo inverno ritorneremo molto spesso, per stemperare gli umori malinconici che sempre accompagnano la caduta della pioggia. Il pezzo è un incantevole bozzetto impressionista che intreccia elementi ambient e il folk minimalista della Cat Power degli esordi, la cui straziante intensità è ripresa dall’interpretazione di Adriana Salomone. “The Fog” è invece un pezzo dalla complessa struttura armonica e dai frequenti cambi di ritmo, che meglio evidenzia la matrice progressive della band, ben dissimulata però sotto una coltre di chitarre più vicine all’emotività degli shoegazer che a quella più celebrale di tanto post-rock sempre uguale a sé stesso. La traccia finale, A Friend With a Knife presenta una collaborazione con uno dei protagonisti della scena underground americana, Eugene Robinson degli Oxbow, la cui interpretazione, ai limiti della
nevrastenia, ben si intreccia con le trame chitarristiche di Maurizio Oliviero e Adriana Salomone e con una linea di basso pulsante e ossessiva che sembra tradurre in musica le immagini di un noir ambientato in una casa alla fine del mondo. Anche in questo pezzo è da ammirare la capacità di questa giovane band di rielaborare con autorevolezza le logore forme dello schema post-rock, in un modo non troppo lontano da quello intrapreso da Glen Johnson con i suoi Piano Magic.
La capacità di assorbire le più disparate influenze musicali (i già citati Slowdive, Piano Magic e Cat Power, ma anche Tool, Radiohead, Devics e Beth Gibbons) trasformandole a proprio piacimento in qualcosa da rimodellare secondo la propria immagine, dimostra un’intelligenza e un’abilità tecnica che ci sembra possa sorreggere il salto che porterà il passaggio dalla breve durata a quella più impegnativa dell’Lp. Un Lp che, se le premesse sono queste, farà molto parlare di sé, nei mesi che verranno.
Video:
The Fog
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Monochrome n.1: Fall Season
(clicca qui per il download)
Una selezione di brani che comprende canzoni improntate su di un’unica tonalità, quella autunnale.
1. September – David Sylvian (from the album “Secret of the Beehive”, 1987)
Pochi accordi di piano che sembrano tradurre quasi il movimento delle prime foglie che cadono dagli alberi, come fosse un preludio all’autunno. E la calda voce di Sylvian che recita dei versi dai chiari tratti impressionistici, in quella che è una vera e propria poesia musicata
2. Autumn Leaves – Nat King Cole (from the movie “Autumn Leaves, 1956)
Scritta nel 1947 da Joseph Kosma e Jacques Prevert con il titolo “Le feuilles mortes”, la canzone divenne ben presto uno standard. Nat King Cole nel 1956 incise quella che è probabilmente la versione più celebre per il film “Autumn Leaves“, accompagnando con la sua voce i titoli di coda.
3. Snow Don’t Fall – Townes Van Zandt (from the album “The Late Great Townes Van Zandt”, 1972)
Snow don’t fall on summers time/ Wind don’t blow below the sea/ My loves lies ‘neath frozen skies/ And waits in sweet repose for me.
4. Famous Blue Raincoat – Leonard Cohen (from the album “Songs of Love and Hate”, 1971)
It’s four in the morning, the end of December/ I’m writing you now just to see if you’re better.
5. November – Tom Waits (from the album “The Black Rider”, 1993)
No shadow/No stars/No moon/No care/November/It only believes/In a pile of dead leaves/And a moon/That’s the color of bone.
6. October – U2 (from the album “October”, 1981)
Dall’album meno conosciuto della band iralndese, una di quelle canzoni che riesce ad essere con poche note il ritratto di uno stato d’animo. Quello che ci coglie alla vista delle prime foglie gialle sulla strada.
7. Raindrops – Tindersticks (from the album “Tindersticks”, 1993)
Tratta da uno dei più belli e meno ricordati album degli anni ‘90, Raindrops è un vero e proprio mantra purificatore.
8. Aint’ Gonna Rain Anymore – Nick Cave (from the album “Let Love In”, 1994)
Quando l’autunno coincide con la fine di un’amore.
9. Plus d’Hiver – Yann Tiersen feat. Jane Birkin (from the album “Les Retrouvailles, 2005)
Yann Tiersen restitusce alla pioggia una tenue malinconia pianistica accompagnata dalla calda voce di Jane Birkin.
















