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Una variazione della Gymnopèdie n.1 di Erik Satie, che viene fatta suonare da due synth modulari, il Q119 e il Q960.
Qui, invece, la versione originale per piano, suonata da Aldo Ciccolini:
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Pubblicato su Lankelot, ottobre 2009.
Quest’anno non dovremo guardare verso ovest o alla terra di Albione per andare incontro alla next big thing. Segnatevi questo nome: The Mantra Above The Spotless Melt Moon. Non tragga in inganno il nome: i Mantra sono una giovane band napoletana con una visione musicale, però, decisamente internazionale. Non a caso i talent scout dell’etichetta inglese Rare Noise Records, li hanno messi sotto contratto assicurandosi l’uscita di questo ep, Rooms, in attesa della pubblicazione del primo full-length nel corso dell’inverno. Dopo un promettente split in compagnia dei già rodati God is An Astronaut, questo nuovo ep non fa che confermare le capacità sinora espresse. Dallo split vengono recuperate due tracce, Helder Pedro Moreira e The Fog, qui presentate con un missaggio differente che ne accentua il valore, mettendo in mostra la cura che la band riserva per ogni piccola sfumatura sonora. Si prenda ad esempio proprio la traccia d’apertura, “Helder Pedro Moreira”, nel quale sono presenti delle riuscite armonizzazioni tra la linea melodica e i vocalismi della cantante Adriana Salomone. L’eterea melodia è squarciata dalle aperture di una chitarra sempre emotiva, memore della lezione di un
gruppo troppo spesso dimenticato quale gli Slowdive, ed è interamente sorretta da un’eccellente sezione ritmica che dona al pezzo un groove non indifferente. La seconda traccia è quella che dona il titolo all’ep, “Rooms”, e nei sui due minuti di durata rappresenta una vera e propria perla sulla quale nel prossimo inverno ritorneremo molto spesso, per stemperare gli umori malinconici che sempre accompagnano la caduta della pioggia. Il pezzo è un incantevole bozzetto impressionista che intreccia elementi ambient e il folk minimalista della Cat Power degli esordi, la cui straziante intensità è ripresa dall’interpretazione di Adriana Salomone. “The Fog” è invece un pezzo dalla complessa struttura armonica e dai frequenti cambi di ritmo, che meglio evidenzia la matrice progressive della band, ben dissimulata però sotto una coltre di chitarre più vicine all’emotività degli shoegazer che a quella più celebrale di tanto post-rock sempre uguale a sé stesso. La traccia finale, A Friend With a Knife presenta una collaborazione con uno dei protagonisti della scena underground americana, Eugene Robinson degli Oxbow, la cui interpretazione, ai limiti della
nevrastenia, ben si intreccia con le trame chitarristiche di Maurizio Oliviero e Adriana Salomone e con una linea di basso pulsante e ossessiva che sembra tradurre in musica le immagini di un noir ambientato in una casa alla fine del mondo. Anche in questo pezzo è da ammirare la capacità di questa giovane band di rielaborare con autorevolezza le logore forme dello schema post-rock, in un modo non troppo lontano da quello intrapreso da Glen Johnson con i suoi Piano Magic.
La capacità di assorbire le più disparate influenze musicali (i già citati Slowdive, Piano Magic e Cat Power, ma anche Tool, Radiohead, Devics e Beth Gibbons) trasformandole a proprio piacimento in qualcosa da rimodellare secondo la propria immagine, dimostra un’intelligenza e un’abilità tecnica che ci sembra possa sorreggere il salto che porterà il passaggio dalla breve durata a quella più impegnativa dell’Lp. Un Lp che, se le premesse sono queste, farà molto parlare di sé, nei mesi che verranno.
Video:
The Fog
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Monochrome n.1: Fall Season
(clicca qui per il download)
Una selezione di brani che comprende canzoni improntate su di un’unica tonalità, quella autunnale.
1. September – David Sylvian (from the album “Secret of the Beehive”, 1987)
Pochi accordi di piano che sembrano tradurre quasi il movimento delle prime foglie che cadono dagli alberi, come fosse un preludio all’autunno. E la calda voce di Sylvian che recita dei versi dai chiari tratti impressionistici, in quella che è una vera e propria poesia musicata
2. Autumn Leaves – Nat King Cole (from the movie “Autumn Leaves, 1956)
Scritta nel 1947 da Joseph Kosma e Jacques Prevert con il titolo “Le feuilles mortes”, la canzone divenne ben presto uno standard. Nat King Cole nel 1956 incise quella che è probabilmente la versione più celebre per il film “Autumn Leaves“, accompagnando con la sua voce i titoli di coda.
3. Snow Don’t Fall – Townes Van Zandt (from the album “The Late Great Townes Van Zandt”, 1972)
Snow don’t fall on summers time/ Wind don’t blow below the sea/ My loves lies ‘neath frozen skies/ And waits in sweet repose for me.
4. Famous Blue Raincoat – Leonard Cohen (from the album “Songs of Love and Hate”, 1971)
It’s four in the morning, the end of December/ I’m writing you now just to see if you’re better.
5. November – Tom Waits (from the album “The Black Rider”, 1993)
No shadow/No stars/No moon/No care/November/It only believes/In a pile of dead leaves/And a moon/That’s the color of bone.
6. October – U2 (from the album “October”, 1981)
Dall’album meno conosciuto della band iralndese, una di quelle canzoni che riesce ad essere con poche note il ritratto di uno stato d’animo. Quello che ci coglie alla vista delle prime foglie gialle sulla strada.
7. Raindrops – Tindersticks (from the album “Tindersticks”, 1993)
Tratta da uno dei più belli e meno ricordati album degli anni ‘90, Raindrops è un vero e proprio mantra purificatore.
8. Aint’ Gonna Rain Anymore – Nick Cave (from the album “Let Love In”, 1994)
Quando l’autunno coincide con la fine di un’amore.
9. Plus d’Hiver – Yann Tiersen feat. Jane Birkin (from the album “Les Retrouvailles, 2005)
Yann Tiersen restitusce alla pioggia una tenue malinconia pianistica accompagnata dalla calda voce di Jane Birkin.
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Tedem ergo sum
“[...] ascoltavo i suoi canti melanconici, che mi ricordavano come in ogni paese il canto naturale dell’uomo è triste, anche quando vuole esprimere la felicità. Il nostro cuore è uno strumento imperfetto, una lira dove mancano delle corde, e su cui siamo costretti a rendere l’accento della gioia sulla tonalità consacrata ai sospiri”.
F. Renè de Chateaubriand, Renè, Garzanti, p.106.
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(In ascolto: Charlotte Sometimes – The Cure)
Pubblicato su Lankelot, settembre 2009.
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L’adolescenza è con molta probabilità il soggetto cui la rappresentazione cinematografica incontra maggiormente i suoi limiti. Questo perché spesso le sceneggiature partono da futili premesse di tipo sociologico, che spostano l’attenzione sui soggetti della rappresentazione, vale a dire gli adolescenti, trattandoli di conseguenza quasi come oggetti di studio, semplice fenomeno da analizzare. Prospettiva questa che altera completamente la realtà delle cose perché tende ad oggettivizzare ciò che invece è puramente soggettivo, in questo caso la Weltanschauung propria di un adolescente. Da qui tutta una serie di pellicole mediocri che non fanno altro che limitarsi a registrare unicamente gli eccessi e le stravaganze del mondo adolescenziale, rigettando qualsiasi tentativo di introspezione psicologica. Ciò che andrebbe dipinto alla stregua di un quadro impressionista, con i colori che sfumano l’uno nell’altro è invece ritratto con contorni marcati e netti. Il che provoca personaggi che sono come dei monoliti di granito che neanche il regista più capace sarebbe in grado di malleare per darne una forma sensibile.
Ci sono dei casi però in cui il racconto affonda le proprie radici nelle esperienze biografiche e le sceneggiature diventano quasi confessione diaristica o psicologica, riuscendo a conquistare in questo modo una certa dignità letteraria. (continua…)
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Oggi ho appreso con un certo piacere che un estratto della “Lettera aperta all’On.le Ministro Renato Brunetta”, pubblicata anche qui sul blog oltre che su Lankelot, è stato pubblicato, con delle modifiche, su La Repubblica di ieri, sabato 27 settembre, a pagina 36.
Peccato che non abbiano mantenuto l’intestazione originale. Ma vebbè. Sono comunque soddisfazioni.

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Ancora riguardo la polemica sul cinema e i finanziamenti, vi riporto il testo di un articolo dei Cahiers du Cinèma del 2007, nel quale vengono elaborate una serie di proposte e riforme che mi sento di condividere pienamente e che anche lo Stato italiano dovrebbe prendere in esame. Ecco il testo integrale:
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On.le Ministro Renato Brunetta,
sono un ragazzo di ventidue anni tristemente affranto dalla lettura delle sue ultime dichiarazioni riguardo i finanziamenti statali alle opere cinematografiche. Affranto perchè partono da una concezione puramente incentrata su un discorso di tipo economico, ignorando del tutto i meriti culturali dell’arte cinematografica. Ed infatti non si esime dall’eliminare il Cinema dal novero delle Arti, giungendo addirittura a codificare un’equazione del tipo, cito le sue parole, “cinema=cultura=soldi pubblici=sprechi” propria della peggiore concezione Berlusconiana. Ciò che provoca più rabbia e amarezza è che le sue parole non sono il frutto di una persona all’interno del sistema, bensì il frutto di una persona che dichiara spudoratamente di “non andare al cinema da tantissimo”. Le sue parole svelano tutto il populismo di cui è connotata la sua azione politica. In barba ad ogni metodologia critica, Lei giunge a delle conclusioni saltando a monte premesse e cause che generano il problema che Lei denuncia. Nel caso, il mancato ritorno economico dei film prodotti con i contributi dei finanziamenti statali. Lei, On.le Brunetta, dimentica, o forse omette appositamente, una serie di problemi congiunturali, che determinano i problemi di cui è afflitta la cinematografia nazionale, compreso quello economico che più le sta a cuore.
Un film, come qualsiasi altro “prodotto”, per poter guadagnare deve vendere. In particolare, un film per guadagnare ha bisogno di vendere i biglietti. E i biglietti si vendono a patto che ci sia una sala cinematografica da riempire. E la sala necessita della pellicola che necessita di un distributore per essere presente in quella sala. Ecco il punto da cui partire per analizzare il problema e trovare le soluzioni. Ciò che manca nel nostro paese è prima di tutto un’efficiente sistema di distribuzione che sappia diffondere e divulgare ciò che viene prodotto. Se dà un’occhiata alla lista dei film finanziati dallo Stato – lista che senz’altro le sarà capitato di avere sotto mano in questi giorni – noterà facilmente che una grossa percentuale di questi film non ha avuto neanche la possibilità di giungere in sala. Piuttosto che negare a priori i fondi statali alle opere cinematografiche, sarebbe il caso di interventire in maniera legislativa sul problema della distribuzione cinematografica (a dire il vero sarebbe il caso di allargare il discorso anche sull’industria editoriale, dove i tre grandi gruppi Rizzoli-Mondadori-Einaudi – che in realtà è di proprietà del gruppo Mondadori - occupano da sole l’80% del mercato e degli scaffali delle librerie) cercando di razionalizzare un po’ tutto il sistema. Sarebbe opportuno ispirarsi al modello francese, in grado di dare tutt’altro peso alla propria industria culturale, e cinematografica in particolare. Sarebbe opportuno che i fondi statali piuttosto che essere eliminati, fossero addirittura incrementati, a sostegno soprattutto delle poche sale ancora presenti nelle nostre città non appartenenti ai grandi gruppi come Warner e Medusa, e che da sole oggi garantiscono un tipo di programmazione capace talvolta di emanciparsi dal sistema Hollywoodiano. Queste sono le sale che spesso si sobbarcano tutti i rischi annessi alla proiezione di un’opera prima, magari finanziata proprio con contributi statali. Queste sale, sono vittime di una concorrenza sleale, On.le Brunetta. Le porgo come esempio il caso della mia città, Napoli, che attualmente vanta sul proprio territorio cittadino la presenza di una decina scarsa di sale cinematografiche, con il pubblico in continuo esilio verso i multiplex in provincia, molto spesso di proprietà di major come Warner e Medusa e che di certo non “ingombreranno” le proprie sale di proiezione con una pellicola di un esordiente. Se, come denuncia, per questi film manca un ritorno economico, la colpa è di voi governanti, On.le Brunetta, incapaci di progettare la benchè minima pianificazione di sostegno ai progetti che voi stesso finanziate. Sebbene sia cosciente che il mio sogno di uno Stato mecenate, promotore della bellezza e delle arti, sia destinato a rimanere pura utopia, credo che l’intervento dello Stato debba andare ben al di là della sola scelta a favore o meno dei finanziamenti iniziali da destinare ad un’opera cinematografica e che non possa limitarsi ad essa. Le sue parole, On.le Brunetta, sono umilianti per lo Stato, per la storia e per la cultura di questo paese, che se ancora viene visto come uno dei fari della civiltà è soltanto per merito del suo incredibile patrimonio culturale. Cinema compreso.
Con tanta amarezza,
Giovanni di Benedetto.
Pubblicato su Lankelot.
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Quest’anno non dovremo guardare verso ovest o alla terra di Albione per andare incontro alla next big thing. Segnatevi questo nome: The Mantra Above The Spotless Melt Moon. Non tragga in inganno il nome della band: i Mantra sono una giovane band napoletana con un’attitudine, però, decisamente internazionale. Non a caso i talent scout dell’etichetta inglese Rare Noise Records, li hanno messi sotto contratto assicurandosi l’uscita di un ep nelle prossime settimane, prima della pubblicazione del primo full-lenght nel corso dell’inverno. Dopo un promettente split in compagnia dei già rodati God is An Astronaut, il 15 settembre è in uscita Rooms Ep, quattro tracce che anticipano il loro album di debutto e che includono una collaborazione con Eugene Robinson degli Oxbow, che partecipa nella splendida A Friend With a Knife. La formazione, composta da Adriana Salomone alla voce e alla chitarra, Davide “Hope” Famularo al basso e ai synth, Maurizio Oliviero alla chitarra e Salvo Sibillo alla batteria, è attualmente impegnata nelle registrazioni finali dell’album presso il Monochrome Studio di Luigi Nobile nelle vesti anche di produttore del disco. Da segnalare anche la realizzazione dell’artwork da parte dell’artista spagnolo Helder Pedro Moreira cui è stata anche dedicata la prima traccia dell’Ep in uscita e il bel video di Anton Octavian che accompagna The Fog:
Contatti: Myspace, RareNoiseRecords.
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Ho sempre avuto un debole per le canzoni che nel titolo recano il nome di un mese, e September di David Sylvian è forse la mia preferita. Pochi accordi di piano che sembrano tradurre quasi il movimento delle prime foglie che cadono dagli alberi, come fosse un preludio all’autunno. E la calda voce di Sylvian che recita dei versi dai chiari tratti impressionistici, in quella che è una vera e propria poesia musicata:
The sun shines high above
The sounds of laughter
The birds swoop down upon
The crosses of old grey churches
We say that we’re in love
While secretly wishing for rain
Sipping coke and playing games
September’s here again
September’s here again



